Letteratura italiana teatrale
Teoria e storia del "genere drammatico"
Prof. Vescovo - 19/09/2016
Recitare: atto della narrazione
Genette, Immagine III: è un importante teorico della narratologia che si è formato come studioso di età barocca. Ha quindi trovato altrove le categorie di cui si è servito. Immagine (materiali isa): siamo nel XIV secolo dal punto di vista della scrittura. Il Decameron di Boccaccio è un testo esemplare per quanto riguarda la circolazione, è stato tradotto in molte lingue e circola in diversi stati. Chi ha disegnato questa immagine ha rappresentato l’immagine più ovvia. Questa immagine rappresenta non solo i personaggi ma anche una rappresentazione del livello del discorso. Abbiamo un muro di forma circolare, abbastanza basso da lasciarci vedere le persone che ci sono dentro: all’interno abbiamo un giardino nel quale si riconoscono i dieci novellatori. Chi ha dipinto ha rappresentato anche l’autore e lo ha messo al di là del muro e questo lo ha fatto per differenziare lo spazio del racconto dell’autore e quello del racconto dei novellatori. Boccaccio ha un rotolo di carta su cui sta scrivendo.
Se analizziamo il Decameron possiamo notare la differenza nell’utilizzazione del termine scrivere e del termine narrare. Chiamasi livello narrativo un piano di combinazione tra un racconto e il suo contenuto, dove i livelli si dispongono in maniera strutturata. Questi livelli sono contenuti uno nell’altro (Boccaccio scrive un libro che racconta di dieci novellatori che raccontano delle novelle ecc…). Boccaccio marca la differenza tra scrivere e raccontare.
Perché partire da Boccaccio e non da Platone? Perché nel Decameron viene illustrata in modo eccellente la differenziazione di questi livelli. Inoltre nel Decameron abbiamo un autografo illustrato dall’autore stesso. Le immagini ci servono sia per esemplificare che per illustrare le idee dell’autore.
Buccolicum carmen
Secondo le definizioni medievali è un genere drammatico, dove l’autore tace e parlano solo i personaggi. Questo è un manoscritto (non autografo, ma vicino all’autore) che contiene le ecloghe di Boccaccio. L’immagine in alto a sinistra ci rappresenta la narrazione: Boccaccio legge il testo ad un pubblico di frati. Nell’immagine di sotto troviamo due pastori e il libro è chiuso. I pastori sono i personaggi che dialogano. Dall’altra parte se osserviamo l’impaginazione vediamo qualcosa che lo identifica come un testo teatrale, ovvero la presenza dei nomi dei personaggi accanto alle prese di parola dei personaggi stessi. Dunque l’autore legge a un pubblico di frati, dentro la narrazione però il discorso spetta ai due pastori.
Boccaccio è in qualche misura anche un teorico della letteratura perché sopra la Commedia di Dante abbiamo delle rappresentazioni, ovvero delle lezioni vere e proprie che egli ha tenuto in una chiesa fiorentina negli ultimi anni della sua vita.
Il codice Hamilton 90
Il codice più famoso di Boccaccio è l’Hamilton 90, si trova a Berlino ed è il codice autografo di Boccaccio del Decameron. Questo manoscritto è famoso anche per le Rubriche nelle quali sono disegnati i personaggi. Il maggiore studioso del Boccaccio è Vittore Branca. Egli aveva addirittura supposto che anche le illustrazioni del codice Hamilton fossero di mano di Boccaccio. Questa teoria è stata però molto criticata perché le illustrazioni non sono compatibili con i disegni delle rubriche, tuttavia è certo che i disegni, come tutto il manoscritto, sono stati strettamente controllati dall’autore. I disegni del codice Hamilton 90 sono particolari perché aggiungono anche delle informazioni aggiuntive al testo. L’immagine mostra dei contenuti differenti. Il Decameron ha un sottotitolo che è Principe Galeotto. In questa prima pagina si presenta il titolo e il sottotitolo del libro e si annuncia che esso contiene cento novelle. Dalla lettera capitale inizia poi la narrazione vera e propria. Nell’immagine contenuta nella lettera capitale vi è un’illustrazione in cui il Boccaccio legge ad un pubblico di sole donne il suo libro. Al di sopra delle donne vola un amorino. Le donne sono le destinatarie privilegiate del Decameron, sono le dedicatarie del libro.
L’immagine che sta in alto è stata incompresa fino pochi decenni fa. Questa immagine è l’esatta rappresentazione del sottotitolo, del “cognome” del Decameron, Principe Galeotto. Principe Galeotto è colui che mette insieme Ginevra e Lancillotto. Ci si interroga allora sulla motivazione di questo sottotitolo: questo sottotitolo nasce come omaggio al libro Galeotto che è il libro che ha fatto innamorare Paolo e Francesca.
Rappresentazioni e simbolismi
Un altro disegno che troviamo rappresenta una coppia nell’atto di baciarsi: sono Lancillotto e Ginevra, i due amanti uniti dal “galeotto”. Un’ulteriore raffigurazione rappresenta il “galeotto” che li ha fatti incontrare, in questo caso non il libro, ma il ruffiano in carne ed ossa, a differenza di Paolo e Francesca, che nella Commedia si innamorano a causa di un “libro galeotto come chi lo scrisse”. Probabilmente soltanto uno dei due amanti era intento a leggere, mentre l’altro lo stava ascoltando. Ecco perché non è soltanto il libro ad essere galeotto, ma l’autore che lo elaborò. Francesca rappresenta l’ideale della donna corrotta dalla lettura secondo il prototipo mutuato dal ciclo arturiano. Il libro, essendo mediato dalla lettura di un altro, diventa corrotto.
La lettura galeotta
Il tema della lettura galeotta ritorna anche in Goethe e in particolare ne Le affinità elettive. I quattro protagonisti del romanzo: Edoardo e Carlotta, il capitano e Ottilia, spesso sono soliti leggere per se stessi e anche per le richieste di altri. Eppure la lettura ad alta voce, tanto tipica ai giorni nostri, a volte stupiva: basti pensare allo stupore di Sant’Agostino nel vedere Sant’Ambrogio leggere a mente. Invece, tra il Settecento e l’Ottocento, leggere ad alta voce per un gruppo di ascoltatori era una pratica usuale e piacevole, considerata una sorta di intrattenimento.
Le affinità elettive
Edoardo e Carlotta, coppia di sposi, sono soliti leggere alla sera dopo cena, ma all’arrivo di un terzo personaggio, il capitano, inizia a leggere per entrambi. Inizialmente Edoardo legge testi di natura scientifica, con cui è difficile se non impossibile immedesimarsi mimeticamente e, proprio a causa della mancanza di coinvolgimento, il capitano e Carlotta incominciano a guardarsi e ad attrarsi. Edoardo non tollera che un terzo lo segua mentre legge: egli vuole essere ascoltato e non vuole che la moglie guardi il testo mentre lui declama. Quando entra nella narrazione il quarto personaggio, Ottilia, Edoardo se ne innamora e alla fanciulla permette di leggere dal libro, mentre lui sta recitando un passo.
La storia tra Ottilia e Edoardo è di attrazione reciproca; essa passa attraverso le diverse modalità della lettura. Nasce un rapporto sentimentale che legherà da una parte Carlotta e il Capitano e dall’altra Edoardo e Ottilia. La storia di questo romanzo finisce male perché i rapporti si complicano con l’apparizione di un quinto personaggio, il figlio di Carlotta e Edoardo chiamato Otto (maschile di Ottilia). Il rapporto amoroso tra Edoardo e Ottilia non arriva a consumarsi, ma si ferma a dei baci. Un giorno Ottilia, a cui è stato affidato il piccolo Otto, si mette a leggere un romanzo lungo un lago e si distrae mentre cala la notte. Quando Ottilia si accorge che è tardi decide di prendere una barca per tornare a casa. Il bambino cade nell’acqua e annega. Ottilia morirà di dolore per la morte del piccolo Otto, anche Edoardo morirà e i due amanti verranno sepolti insieme. Questo libro ha molte affinità con la storia di Paolo e Francesca.
È importante perché in esso sono esemplificate diverse modalità di lettura. Sono presentidue modalità di lettura: quella antica della lettura ad alta voce e quella moderna della lettura solitaria e privata e che consente al lettore di immedesimarsi totalmente con la storia narrata.
La Commedia di Dante
La parola comedìa indica che il testo si rifà ad uno stile basso. Dante in realtà nella Commedia utilizza tutti gli stili. Nell’Epistola a Cangrande (scritta forse da Dante) si dice che la Commedia deve essere letta su diversi livelli (compresi nelle categorie del sovra senso) e che questi livelli diversi innalzano il valore complessivo dell’opera. La Commedia inoltre ha una struttura del tutto nuova, che inizia in modo tragico e finisce, nonostante numerose peripezie, in modo lieto. Il nome dell’opera, dunque, deriverebbe in senso allegorico dalla struttura stessa del libro. Questa spiegazione pare essere quella mediante la quale si possa spiegare coerentemente la scelta del titolo Commedia per la più importante opera di Dante.
Boccaccio, al di là dell’interpretazione stilistica e di quella allegorica, fornisce una terza spiegazione al titolo dell’opera. Il passo, di sole quattro righe, viene più volte tralasciato anche perché è alquanto oscuro. Questa terza spiegazione viene definita modale in quanto si rifà a chi parla nel testo.
“E, appresso, [dicono mal convenirsi al titolo del libro] dell’arte spettante al comedo: mai nella comedìa non introducere se medesimo in alcuno atto a parlare; ma sempre a varie persone, che in diversi luoghi e tempi e per diverse cagioni deduce a parlare insieme, fa ragionare quello che crede che apartenga al tema impreso della comedìa; dove in questo libro, lasciato all’arteficio del comedo, l’autore ispessissime volte e quasi sempre or di sé or d’altrui ragionando favella.”
Boccaccio, Esposizioni sopra la Comedia di Dante/ accessus: Boccaccio in questo passo ci dice che la Commedia non dovrebbe essere intitolata così perché nella commedia all’autore è proibito prendere la parola, ma egli deve introdurre soltanto i vari personaggi. Ogni personaggio ragiona in modo diverso per volere dell’autore (questo viene detto anche nella Vita di Terenzio scritta da Petrarca). Boccaccio ci dice che Dante ha mescolato le cose perché Dante è ora colui che racconta, ora un personaggio che parla con gli altri personaggi.
Questa definizione deriva dal III libro della Repubblica di Platone (libro perso e che non poteva essere noto a Boccaccio). È interessante che queste importanti definizioni derivino da un libro di filosofia politica e non da un libro di stilistica.
Diomede e la tradizione dei generi letterari
26/09/2016 Diomede è un grammatico latino che nella sua nell’Ars Grammatica riprende il terzo libro della Repubblica di Platone. Forse Boccaccio era a venuto a conoscenza delle definizioni platoniche di commedia proprio grazie a questo trattato. Boccaccio fa riferimento ad una tradizione che ignoriamo, spesso confusa con una tradizione più ampia. Nel nostro riferimento culturale c’è una teoria che ha obliterato la tradizione modale. La categoria stilistica si riferisce al tipo di discorso, mentre quella modale si riferisce alla persona che racconta dentro all’opera. Le due categorie non dovrebbero essere confondibili, ma vengono confuse:
- A causa del condizionamento della teoria degli stili; Strauss → esperimento → fa- vedere a degli indigeni la proiezione di un film, ma questi non reagiscono fino a quando non vedono una gallina (riconosciamo ciò di cui conosciamo l’esistenza);?
- Diomede afferma che ci sono tre generi di testo: identifica il modo, potremmo distinguere la tragedia dalla commedia, che sono inserite nello stesso modo, poiché sono due generi drammatici. Un genere è attivo, imitativo ed è detto mimetico; un altro è drammatico, e un altro, prevalentemente narrativo, è chiamato dai greci misto. Da una parte c’è la narrazione, dall’altra il dramma.
Secondo Boccaccio, la Commedia non è un genere tragico, ma è un genere misto. Anche l’Eneide di Virgilio viene considerata un poema misto. Perché quindi questo nella Commedia fa scalpore? Dante è contemporaneamente narratore e personaggio e questo, che poi diventerà comune nei secoli, è ciò che di clamoroso c’è nella Commedia. Pastore, agricoltore, soldato: rappresentano i tre libri di Virgilio. Guardando la miniatura di Petrarca al Virgilio ambrosiano, è difficile capire se intendesse rappresentare gli stili e i modi. Bucoliche, Georgiche, Eneide. L’esemplificazione stilistica funziona limitatamente: lo stile sublime elevato, chiamato anche tragico, è quello del libro eroico, in questo caso l’Eneide, lo stile basso è incarnato dal genere pastore. Gli agricoltori sono una via di mezzo tra i pastori e gli eroi.
Diomede fa una campionatura dei generi tutta virgiliana. Alcune ecloghe virgiliane sono puramente dialogiche, in prima persona, basti pensare a Titiro e Melibeo. I medievali disponevano di un autore come Terenzio, ma preferivano utilizzare Virgilio, in quanto offre dei modelli di testo drammatico puramente dialogico. Le Georgiche sono narrative, poiché il testo è un trattato di agricoltura. Testi narrativi senza la minima intromissione da parte dell’autore sono più probabilmente saggi. Riferimento a Tristi tropici di Strauss: ci si domandava se fosse un romanzo o un saggio.
L’Eneide è di genere misto, arma virumque cano è cantato in prima persona, ma basti pensare al IV libro dove abbiamo la storia d’amore tra Enea e Didone, emergono dialoghi incasellati in altri dialoghi. Diomede cita Iliade e Odissea: il genere misto è quello in cui lo stesso poeta parla e introduce le persone che parlano.
Beda Venerabile e la tradizione drammatica
Beda Venerabile è uno scrittore cristiano inglese che scrive nel VII secolo, III secoli dopo Diomede. Anche egli riprende l’idea di generi letterari di tre tipi. Beda trova il genere drammatico, oltre che in Virgilio, nella Bibbia: il Cantico dei Cantici, dove parlano gli sposi, i compari, etc. Nel Cantico abbiamo la voce alternata di Cristo e dell’ecclesia. Beda usa le Georgiche come genere narrativo, così come le parabole di Salomone e l’Ecclesiaste.
L’Odissea di Omero, l’Iliade, l’Eneide, ma anche la storia di Giobbe (libri in cui si trovano i dialoghi tra Dio e Giobbe raccontati da un autore). Servio scrive un commento a Virgilio: i tre generi sono sempre elencati. Il genere narrativo viene definito anche didascalico.
Isidoro di Siviglia, il vescovo di Siviglia, raccoglie nelle Etimologie una raccolta di tutto lo scibile: è un’enciclopedia medievale. La teoria degli stili non è presente, se non parlando dell’oratoria (discorso alto, basso, mezzano), ma non rispetto ai testi letterari. Il modo viene assimilato al carattere: presso i poeti ci sono tre genera dicendi: 1) in cui parla soltanto il poeta, come nei libri delle Georgiche; 2) drammatico, in cui il poeta non parla mai, come nelle commedie e nelle tragedie. Isidoro esce dal canone virgiliano o misto di Virgilio e Bibbia; commedia e tragedia sono identificati in modo decisivo con il genere drammatico 3) genere misto, come l’Eneide.
Nel libro delle etimologie, Isidoro si domanda cosa sia il teatro: luogo in cui si esegue il testo. Egli chiama con due nomi due persone (comedo e tragedo), non solo intendendoli come poeti comici e tragici, ma come signori che recitano le loro composizioni o quelle di altri.
Non tutte le definizioni sono solo modali: i comici raccontano le azioni degli uomini, i tragici le storie degli stati e dei re. Emerge una distinzione di carattere del livello dei personaggi. Le storie dei tragici sono infelici nell’esito, mentre quelle dei comici hanno un finale lieto.
Nicolas Trevet e il dramma antico
Nicolas Trevet, un domenicano inglese e contemporaneo di Dante, è il primo commentatore moderno delle tragedie di Seneca. Con l’inizio del Trecento, prima si sono lette e commentate a Padova, poi in Toscana, luogo in cui un importante vescovo di Prato fa arrivare questo vescovo e gli affida la scrittura. In questi anni Dante sta scrivendo la Commedia e le tragedie di Seneca cominciano ad essere riscoperte.
La rilettura di Seneca è capitale: fino a quel momento nessuno aveva visto una tragedia antica, nessuno leggeva il greco e il più grande tragico latino si conosceva soltanto per nome. Trevet comprende degli aspetti fondamentali anche per la storia del teatro: egli constata la differenza tra un poema tragico e le tragedie di Seneca. Nelle tragedie di Seneca parlano solo i personaggi e l’autore tace: si registra che le tragedie siano un genere completamente drammatico. Uno dei problemi degli studiosi danteschi è stabilire se Dante abbia letto o meno le tragedie di Seneca: 1) quelli che credono che la Lettera a Cangrande sia di Dante, ritengono che abbia letto Seneca (cita Terenzio e Seneca). Secondo alcuni la lettera è stata scritta poco prima della morte e non spedita. 2) Altri affermano che non le abbia lette e che l’Epistola sia un falso.
Forse Dante ha letto l’Ecerinis? Albertino Mussato, autore, era un letterato padovano del XIV secolo che scrisse una tragedia ispirata a Seneca. La tragedia è sul tiranno della Marca Trevigiana Ezzelino III da Romano. Nell’Ecerinis, in un pugno di versi, Mussato parla in prima persona: non è completamente drammatica la sua tragedia, allora. La tragedia di Mussato è scritta per essere letta ad alta voce, veniva letta alla vigilia di Natale poiché essa rievocava i casi dell’empio tiranno padovano che era stato sconfitto e debellato. La storia di Ezzelino viene raccontata come quella di un uomo che è nato da un coito di sua madre con il diavolo: un uomo mefitico. Emerge una riattivazione della forma e anche del personaggio, del tragedo che la leggeva ad alta voce. Abbiamo la riproposizione, a Padova, di ciò che si faceva con la tragedia antica.
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