“I
Commento de due” di Cesare Pavese
Introduzione
Il dialogo di Pavese I due fa parte della raccolta pavesiana Dialoghi con Leucò. L’intento di
contestualizzarlo rispetto alle fonti sfruttate dall’autore e inquadrarlo all’interno della
quest’analisi è
poetica del mito sviluppata da Pavese che emerge nell’intero volume.
Soggetto del dialogo è un episodio fittizio che ha come protagonisti Achille e Patroclo coinvolti in un
“colloquio” a due che si immagina essere avvenuto “alla vigilia della morte di Patroclo”. Il dialoghetto fu
nell’inverno
composto tra il 18 e il 20 gennaio del 1946 [si ricorda che Pavese iniziò a scrivere i dialoghi
Feria d’Agosto
del 1945, proprio al momento di licenziare che ne costituisce, secondo la critica, il
1
presupposto fondamentale ed è il sesto in ordine cronologico, sebbene sia stato poi collocato al nono
posto nell’indice definitivo licenziato Dall’analisi dei vari indici redatti sia a matita che in
da Pavese.
dei quali è riportata una versione a stampa nell’Appendice nell’edizione
forma dattiloscritta (pp. 176-182
del 1999 di Einaudi) emergono le tematiche e le parole chiave sottese al testo e che spesso si organizzano
secondo dicotomie solitamente contrastanti.
Dagli indici tematici si ricavano le etichette pavesiane di infanzia salvezza, tristezza umana e tragedia
di uomini schiacciati dal destino, che il dialogo condivide con altri testi presenti nella raccolta. Nelle due
tabelle dei personaggi abbozzate da Pavese nell’aprile del 1946 I due vede i bimbi come soggetti di cui si
parla che rientrano nella più ampia categoria di Uomini (le restanti essendo dèi, dee, uomini, donne). Nella
il dialoghetto reca il titolo “La morte”, sostituito in seguito con il titolo attuale “I due” riferito ai
minuta
protagonisti, Achille e Patroclo. Emergono da questi elementi presenti nei manoscritti quelle che Michela
Rusi ha definito le “parole tematiche” del dialogo: 2
ragazzo, adulto, morte, ricordo :
- Infanzia/giovinezza età adulta;
- Morte/destino e immortalità.
A queste si possono aggiungere le opposizioni tra tempo ciclico e tempo lineare, mythos e logos,
apollineo e dionisiaco, memoria e oblio, razionale e irrazionale che rendono conto di quelle dicotomie di
base sottese dall’intera raccolta e riproposte da Pavese in tutti i dialoghi e attraverso la riscrittura dei vari
miti. Tutte queste coppie di opposti (non necessariamente antitetici), le une legate alle altre, sono presenti
nel dialogo e ne costituiscono i motivi distintivi.
Ad essere investigata è la figura di Achille (e di Achille anche attraverso Patroclo che ne rappresenta il
doppio e anche l’opposto), personaggio che si trova in una posizione intermedia tra umano e divino in
quanto figlio di una divinità minore, la ninfa Teti, una delle Nereidi, e Peleo, eroe. Vedremo nel corso
della lettura sia delle fonti che del dialogo stesso come la figura di Achille si rapporti rispetto al destino
degli uomini e il valore che tale rapporto ha in Pavese e nella sua visione del mito rispetto alla condizione
dell’uomo.
l’Iliade
Le fonti: e il mito di Teti
La rivisitazione del mito che Pavese opera in questo caso ha come riferimento il mito di Teti e quindi
di Achille fino ad arrivare al testo principe che ne costituisce la fonte, l’Iliade di Omero di cui Achille
costituisce “il principale protagonista” elemento che G. Paduano definisce “la motivazione perentoria
dell’unità dell’Iliade” ovvero, la presenza nel poema di un protagonista [Achille], e la relazione di
interdipendenza tra la struttura del poema e la relazione di interdipendenza tra la struttura del poema e la
rappresentazione dell’universo emotivo di questo protagonista”
3 . Quindi il dialogo ha alle sue spalle
l’intero poema omerico del quale verrà a breve proposta la lettura dei passi più significativi rispetto al
1 S. Givone, Introduzione, Firenze gennaio 1999 pp. v-xv in C. Pavese, Dialoghi con Leucò, Einaudi, Torino 1999.
in “Antologia della
2 Rusi M., Cesare Pavese oggi, a cura di G. Ioli, San Salvatore Monferrato 1989, pp. 83-85
critica” pp. 220-222 in C. Pavese, Dialoghi con Leucò, Einaudi, Torino 1999.
3 G. Paduano, Le scelte di Achille in Omero, Iliade, traduzione di G. Paduano, commento di M.S. Mirto, Biblioteca
della Pléiade, Einaudi-Gallimard, Tornino 1997, p. X. 1
testo pavesiano. Prima però è bene riassumere, per quanto in breve il mito, di Teti e le vicende di Achille
4
fino al suo arrivo a Troia:
Teti, una delle Nereidi, ninfe marine figlie di Nereo, divinità del mare, era la più bella tra le sue sorelle
ed era stata allevata da Era. Proprio per la sua bellezza fu contesa tra Poseidone e Zeus ma era stato
dall’unione con una divinità olimpica Teti avrebbe generato
predetto che un figlio più forte del padre. Per
dell’ordine olimpico,
scongiurare lo sconvolgimento Teti fu destinata al matrimonio con un mortale
(un’ulteriore versione vede Teti rifiutare Zeus proprio a causa del suo essere stata allevata da Era e
l’unione con un mortale assume i caratteri di una punizione).
trattava di un’unione che sentiva ingiusta e considerava alla stregua di un’umiliazione e che
Si Teti
cercò di evitare grazie alle risorse del trasformismo che appartenevano alle divinità del mare. Tuttavia,
Peleo, re di Fitia (in Tessaglia) istruito dal centauro Chirone, riuscì a eludere i suoi inganni. E sposò Teti.
Al ricevimento nuziale vennero invitate tutte le divinità eccetto Eris, dea della discordia che causò per
vendicarsi l’incidente del pomo d’oro che scatenò la contesa tra Atena, Era e Afrodite su chi fosse la più
bella e portò in seguito agli eventi scatenanti la guerra di Troia.
Teti generò non si rassegnò all’ingiusta sorte della sua prole che aveva ereditato la mortalità del padre e
non la sua immortalità. Decise allora di bruciare la parte mortale trasmessa da Peleo ai figli ponendoli su
un braciere. Riuscì nel suo intento col settimo figlio, Achille. Tuttavia l’intervento di Peleo le impedì di
rendere mortale anche l’ultima parte del corpo del figlio, il tallone, che la dea intendeva trattare per
ultimo. Altre fonti ritengono che Teti rese immortale il figlio immergendolo nelle acque dello Stige, ma
tenendolo per il tallone, questa parte del corpo del bambino non subì l’effetto benefico delle acque del
fiume sotterraneo e in quell’unico punto il suo corpo rimase mortale. Il bambino fu affidato a Chirone e gli
venne dato il nome “Achille” (a- “labbra” perché non fu mai allattato
privativo + cheile da Teti, secondo
l’interpretazione comunemente accettata sebbene l’etimologia del nome non sia del tutto chiara e siano
5
state proposte altre spiegazioni ).
Un oracolo aveva predetto la morte di Achille sotto le mura di Troia, ma nel destino dell’eroe c’era
un’alternativa: rinunciare alla guerra e vivere una vita lunga e serena (destinata però a dissolversi
nell’oblio) o conquistare la gloria imperitura combattendo a Troia ma senza farvi più ritorno. Teti decise
di nascondere il figlio nella casa del re di Sciro, Licomede, mascherato da una delle sue figlie. Achille non
era obbligato a partecipare alla spedizione perché non era stato tra i pretendenti di Elena, ma i greci
sapevano che senza di lui non avrebbero potuto debellare l’esercito troiano e grazie ad Odisseo, la cui
astuzia costituisce la controparte della superiorità militare di Achille, l’inganno fu scoperto e Achille si unì
all’esercito insieme a Patroclo . Della guerra, che durò dieci anni, Omero ci racconta l’ultima fase che
6
vede scatenarsi “l’ira funesta” di Achille con tutti gli eventi che ne susseguono.
Lle fonti: Omero, Iliade, XVI vv. 1-101; Iliade, XVIII, vv. 1-126, traduzione di G. Paduano,
commento di M.S. Mirto, Biblioteca della Pléiade, Einaudi-Gallimard, Torino 1997:
- Aristia e morte di Patroclo, svolta nel poema; ricerca della gloria imperitura e la “bella morte”
- Annuncio della morte di Patroclo, ira di Achille,
dell’eroe.
Elementi da tenere presenti per la lettura e il commento del testo di Pavese
- La morte nel mondo omerico e la memoria dei posteri
- Patroclo come doppio di Achille (condizione di semi-divinità > morte)
- Il buon uso della morte
4 Dario e Lia Del Corno, Nella terra del mito, Mondadori, Milano 2001, pp. 130-140.
5 Dizionario etimologico della mitologia greca, G.R.I.M.M, http://demgol.units.it/lemma.do?id=134 (ultima
consultazione 10/05/2014)
Ibidem. Nome composto di padre e gloria che significa “glorioso per suo padre”o “colui che ha la gloria dei suoi
6
antenati”. Parallelamente esiste già nei poemi omerici al femminile il nome, con i due termini rovesciati, Cleo-patra
(Hom. Il. 1, 556-60; portato da diverse eroine), che va considerato un riferimento evidente alla gloria del padre,
secondo un meccanismo di attribuzione del nome che possiamo chiamare "patro-celebrativo"
http://demgol.units.it/lemma.do?id=908 (ultima consultazione 10/05/2014) 2
- Elementi dello sfondo del poema (le navi in fiamme > il fuoco > i riti funebri e la sorte del
cadavere: il fuoco vs la terra) che ne anticipano la morte
7
1. La morte nel mondo omerico, e la memoria dei posteri
dell’anima nel mondo omerico e nella
La percezione Grecia arcaica/classica era specialmente legata al
“soffio vitale, anima, ultimo respiro” < “soffiare, respirare”
momento della morte e la psyché psýcho
abbandona il corpo del defunto fuoriuscendo dalla bocca del morente o dallo squarcio di una ferita e vola
via sottoforma sostanzialmente di un doppio dell’individuo, un’ombra, uno spettro (eídolon: immagine) di
ciò che è stato in vita, mantenendone intatte le sembianze pur rappresentando una forma di vita attenuata,
una parvenza di ciò che era stato in vita.
Le ombre dei morti sono destinate a un eterno vagare nell’Ade in uno stato di sospensione e priva di
vitalità, coscienza e memoria che possono recuperare temporaneamente se rievocate da figure di viventi
che eccezionalmente siano giunte nell’Aldilà (catabasi: discesa nell’oltretomba di un vivo [Odisseo,
–
Orfeo, Enea] impresa eccezionale dato che nel mondo greco il contatto tra vivi e morti era considerato
fonte di contaminazione) tramite l’offerta del sangue di vittime sacrificali, richiamo a forme di magia
negromantica per giustificare il contatto tra vivi e morti. Le ombre dei defunti sono quindi destinate a
decadere in una condizione di oblio di sé stessi e veder scomparire il proprio ricordo anche tra i vivi una
volta che questi abbiano attraversato il confine tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti. Un’eccezione è
rappresentata dalla possibilità di sfuggire alla morte lasciando un ricordo di sé presso i posteri,
perpetuando un ricordo di sé presso la memoria collettiva attraverso canti e narrazioni epiche. La
memoria, ovvero mnemosyne è un elemento centrale e fondate dei poemi omerici fin dalla loro
8
composizione e trasmissione. Dunque la memoria che il defunto lascia dietro di sé e che si origina in virtù
di imprese gloriose è un modo per gli uomini, destinati all’oblio della morte, di sfuggire a questo destino
ed è una forma di consolazione per l’amarezza della mortalità.
Nella narrazione epica troviamo diverse eccezioni a questa descrizione della condizione dei defunti che
a volte (e sembra trattarsi di elaborazioni più recenti) mantengono intatte le facoltà mentali del ricordo e
Tiresia che dovrebbe essere il solo tra i morti a
della coscienza di sé. Un esempio è il caso dell’indovino
non essere ridotto alla condizione di ombra vagante ma mantiene intatte le sue facoltà mentali e il suo
l’incontro,
dono profetico. Più puntuale rispetto al testo di Pavese è tra Odisseo e la psyché di Achille
nell’Oltretomba. L’eroe greco, la cui morte eroica gli ha conferito gloria imperitura presso i posteri
lamenta la propria condizione, laddove nell’Iliade, come si è visto, accoglie con passionalità eroica il
proprio destino di morte, nonostante sia una semi-divinità e a dispetto dei tentativi della madre di salvarlo
dal destino che accomuna tutti i mortali. In risposta alle lodi di Odisseo che saluta l’ombra di Achille
celebrando la sia gloria da vivo e l’onore che ha acquistato con la sua morte riconosciuto dagli stessi
defunti, l’anima di Achille risponde:
Omero, Odissea, XI vv. 488-491:
No, non lodarmi la morte, splendido Odisseo:
vorrei lavorare nei campi al servizio di un altro,
di un uomo ce non ha un suo podere e stenta la vita,
piuttosto che regnare tra i morti che non esistono più.
Dunque nell’Odissea è presente un diverso Achille, sicuramente diverse dall’eroe e che non esita ad
affermare che, riflettendo sulla sua propria condizione nell’Ade, avrebbe optato per la scelta di una vita
lunga e serena destinata a dissolversi nell’oblio, rispetto a una morte precoce ma gloriosa sotto le mura di
Troia che gli ha fatto conquistare la gloria presso i posteri. È questa posizione che è in parte ripresa da
Pavese che ci propone l’immagine di un Achille diverso rispetto al’eroe omerico e ne capovolge in un
certo senso le posizioni e le riflessioni rispetto alla morte, destino che accomuna tutti, mortali e semi-
divinità, eroi e uomini comuni (sempre attraverso il confronto con Patroclo). Si vedrà nel testo di Pavese il
confronto tra queste due posizioni, difese da Achille e Patroclo, e la sovrapposizione tra queste e le coppie
7 Tutti i riferimenti al tema della morte nel mondo classico/arcaico sono desunti da M.S. Mirto, La morte nel mondo
greco: da Omero all’età classica, Carocci, Roma 2007, salvo laddove diversamente specificato.
8 M. Nucci, Le lacrime degli eroi, Einaudi, Torino 2013 pp 19-28. 3
di opposti quali l’infanzia e l’età adulta, memoria e oblio, ecc. che sono tipiche
-
Commento tragedia Antigone
-
Il «De magia» e i «Florida» di Apuleio - Traduzione e Commento
-
Commento alla sentenza Franzese, Riassunto
-
Commentariolum petitionis (Traduzione integrale e commento)