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Generi e forme della letteratura italiana

Giacomo De Benedetti, critico letterario che ha scritto il libro Il romanzo del '900 dove fa riferimento ai grandi autori del periodo, tra cui Pirandello. Il Pirandello romanziere ha patito una sorta di ostracismo nei confronti dei suoi romanzi: il motivo riguarda la storia del romanzo in Italia, che differisce dalla storia del romanzo europeo.

Il ritardo del romanzo in Italia

Perché scrittori come Pirandello, Svevo, Tozzi allora furono ignorati? Perché c’era un’ostilità ed indifferenza verso il genere del romanzo, perché si tratta di un genere meno illustre degli altri, come la poesia, le tragedie… Anche in Europa il romanzo nasce dopo, mentre negli altri paesi nasce tra 500-600, ad esempio il Don Chisciotte. Su quale sia il primo romanzo italiano ci sono vari pensieri: chi dice Le ultime lettere di Jacopo Ortis di Foscolo, che è il primo romanzo della disillusione della rivoluzione francese, risale al 1802; l’altro esempio è I promessi sposi di Manzoni, 1821-1827-1840. Il primo non ha una vera lingua di romanzo, ce l’ha di più il secondo. Mentre in Italia ancora non c’era il romanzo, in Inghilterra si era già sviluppato lo scrittore Laurence Sterne con il suo antiromanzo Vita e opinioni di Tristram Shandy gentiluomo, in cui ci si sofferma su eventi di grande importanza, si liquidano argomenti molto rilevanti; egli troverà un grande ammiratore e imitatore in Pirandello, che in Uno, nessuno e centomila riprende il tema del naso difettoso presente anche nell’opera di Sterne.

In Italia il ritardo è dovuto a tematiche politico-sociali: si capisce che il romanzo è un genere moderno ed è il genere della borghesia, inoltre l’Italia del 1961 ha problemi identitari ma anche di modernizzazione. Per alcuni ci sono anche ritardi di tipo letterario: ad esempio per la nascita della novella con Geoffrey Chaucer nei Canterbury Tales che ha letto Giovanni Boccaccio nel Decameron, l’Italia anticipa, ma per quanto riguarda la modernità si trova ad essere in ritardo. Il fatto che in Italia ci fossero due generi narrativi diversi ha ritardato la ricezione positiva del romanzo: esisteva la novella, che però richiede più un pubblico di ascoltatori che di lettori, e il genere del poema cavalleresco, che richiedeva di essere recitato nelle corti. Queste sono state le maggiori cause del ritardo del romanzo in Italia: già nel 600 e nel secondo 700 in Italia si prova a scrivere dei romanzi, ma i primi assomigliano molto ai poemi cavallereschi.

La tradizione mancante e le nuove prospettive

Risulta difficile costruire una tradizione del romanzo in Italia. Il primo ad osservare questo è stato Eugenio Montale, che faceva anche il critico, e nel 1925 scrive un saggio chiamato Stile e tradizione, dove paragona l’Italia all’Inghilterra e dice che mentre l’Inghilterra possiede il romanzo medio nella sua tradizione, in Italia invece ci sono solo capolavori e di conseguenza c’è un pubblico di lettori diverso, nel primo caso i lettori sono vari, nel secondo sono solo colti. Altro critico, Alberto Asonrosa, dentro un’opera fatta a più mani e in più volumi pubblicata da Einaudi, dove si parla del romanzo italiano ma anche del romanzo europeo, scrive un saggio intitolato La storia del romanzo italiano? Naturalmente una storia anomala e nel primo paragrafo L’Italia non è la patria del romanzo arriva a trattare Manzoni come nascita del romanzo e poi prosegue. Manzoni stesso rifiuta alla conclusione dell’opera il romanzo e afferma di dover scrivere solo libri di storia perché il verosimile mina la veridicità della storia: Asonrosa afferma che è caratteristica italiana avere dei grandi picchi che poi scompaiono e poi rinascono sono nuove forme, non esistono quindi romanzi medi. Infatti, il romanzo rappresentante della realtà non è presente nel passato dell’Italia. C’è grande limite nella ricerca dei romanzi tra scrittrici femminili, l’unica emersa risulta essere Elsa Morante, poiché si ricerca sempre il grande capolavoro.

Tra il 1879 e il 1900-1901 il romanzo sembra esplodere in Italia: Capuana, Verga, De Roberto, Fogazzaro, Serao… fino a Svevo, D’Annunzio… mentre nel passaggio tra i due secoli si verifica una brusca frenatura nella produzione romanzesca, sia durante che nel primo dopoguerra, anni in cui si guarda a prosa di frammento, prosa d’arte, di introspezione, non al romanzo: si cerca di sperimentare e spesso la prosa accoglie elementi della poesia. Intanto l’Europa inaugura il nuovo romanzo con Kafka, Joyce, Woolf… mentre in Italia ciò sembra scarseggiare. In realtà non è stato così, perché negli stessi anni scrittori formatisi nell’ultimo 800 e attivi negli anni della prosa d’arte, come Svevo, Pirandello e Tozzi, danno origine al nuovo romanzo italiano, in sintonia con quello che accade in Europa: incontrarono però ostacolo nella ricezione da parte del pubblico, forse non preparato ad accoglierli; infatti il loro riconoscimento è avvenuto in ritardo rispetto alla pubblicazione delle loro opere.

Il caso Svevo e l'evoluzione del romanzo italiano

Svevo, più vecchio, è accompagnato all’inizio da un assordante silenzio tanto che lo scrittore dopo l’insuccesso di Senilità decide di non scrivere più e solo con l’uscita della Coscienza di Zeno potrà godersi per poco il successo, venendo scoperto da amici che si fanno mediatori, tra cui Montale che gli dedica un saggio su un’importante rivista e scoppia il caso Svevo, e Joyce che amico di Svevo lo raccomanda e lancia anche in Europa il fenomeno Svevo. Svevo è un uomo decentrato rispetto all’Italia, è di Trieste per cui più vicino all’Europa, e forse anche per questo riesce ad ignorare meglio il frammento e la prosa d’arte; lo stesso vale per Pirandello. Svevo si è sempre detto che non possiede una lingua elegante, conoscendo bene il tedesco e il triestino ma meno l’italiano, e lo stesso si può dire per la lingua di Pirandello.

Anche Pirandello romanziere non ebbe grande fortuna all’inizio: Benedetto Croce da critico ne parla male per Il saggio sull’umorismo. Pirandello ricevette grande notorietà in vita grazie alla sua produzione teatrale, rispetto a quella dei romanzi, a partire dagli anni ’20: nel 1922 inizia la fortuna all’estero di Pirandello, che porta a Londra e a New York Sei personaggi in cerca d’autore. Successivamente venne riconosciuto come romanziere, ma verso il secondo dopoguerra.

Federico Tozzi, scrittore senese, più giovane dei sopradetti, ma la sua fortuna è stata la pubblicazione del libro Il romanzo del '900 (1981) del critico di Giacomo De Benedetti. Benedetto Croce dalla sua idea di arte e di estetica si risale all’epoca ottocentesca: non gradisce quasi nessun scrittore di '900, poiché ritiene che l’arte sia qualcosa di depurato dalla contingenza, frenando molti aspetti della prosa e della poesia. De Benedetti accoglie un nuovo modo di lettura: grazie a lui oggi è possibile che un testo letterario comprenda elementi filosofici, tecnici, matematici, scientifici… senza “depurazione”. Questo libro di De Benedetti racchiude una serie di lezioni che lui teneva in Università come professore, trattando di romanzi del '900, in particolare per l’Italia Svevo, Pirandello e Tozzi, per l’Europa Joyce, Kafka…

Il contributo di Pirandello

Giovanni Macchia ritiene che i vari generi di cui si occupa Pirandello si intersecano tra di loro, per cui è difficile mettere dei divisori netti, tutto comunica, c’è un insieme che tiene unito il tutto e tutto può essere smontato: ad esempio un testo teatrale viene impiegato in una novella e viceversa, lo stesso avviene nei romanzi come in Suo marito.

Pirandello, Svevo e Tozzi scrivono tra fine '800 e primo ventennio del '900, momento in cui l’Europa è attraversata dalla nascita del romanzo novecentesco in sintonia con la grande rivoluzione filosofica che porta al tramonto del Positivismo e alla nascita di filosofie diverse di marca più irrazionalistica che mettono in crisi idee relative all’uomo e alla sua posizione. In Europa emergono narratori come Proust, Kafka e Joyce… e per molto tempo Pirandello, Svevo e Tozzi sono stati ignorati, probabilmente a causa dell’assenza di una tradizione solida del romanzo, genere che viene avversato, prediligendo opere in cui si mischiano prosa e poesia.

Pirandello comincia ad avere successo grazie alla fortuna del suo teatro, in Italia ma soprattutto all’estero: attrae l’attenzione dei critici ed il pubblico. I romanzi invece sembrano riscuotere meno successo all’inizio, ci si interessa ad essi soprattutto nel secondo dopoguerra. Oggi è uno scrittore che resiste all’usura del tempo, continua ad essere letto. È uno scrittore caratterizzato da una “pluralità di tavoli” in senso metaforico: è scrittore di teatro, di novelle con le sue Novelle per un anno, di saggi tra cui quello sull’umorismo, di cinema ad esempio Si gira; inoltre per lungo tempo è stato poeta. Giovanni Macchia nel suo saggio Pirandello o la stanza della tortura afferma proprio che in Pirandello è presente un vasto terreno su cui scorrono canali in comunicazione, tra saggi e romanzi, tra teatro e novelle… afferma anche che Pirandello non lima le sue opere, come è successo in Manzoni che riscrive più volte I promessi sposi per curare molto le parole usate; al contrario Pirandello non è interessato ad elevare le sue opere nella loro forma per renderle dei capolavori.

L'esclusa

Pirandello inizia a scrivere romanzi nel 1893, anno in cui compone il suo primo romanzo L’esclusa che nel manoscritto si intitolava Marta Ayala, romanzo pubblicato nel 1901 a puntate sulle pagine del quotidiano romano La tribuna tra il 29 giugno e 16 agosto del 1901. Il libro esce nel 1908 da Treves a Milano. C’è stata una lunga gestazione dell’opera: fa dei cambiamenti al romanzo e col tempo tenderà a modificarlo verso la sua vena umoristica. Il narratore che scrive nel 1893 ha una storia personale segnata dal peso della tradizione, di solitudine e di sradicamento, con assieme connotati psicologici che rassomigliano Pirandello stesso: c’è un clima familiare difficile, attaccamento alla madre e ai fratelli, figura del padre marginale… Pirandello ha scoperto giovanissimo di non avere attitudini pratiche ma di possedere solo la volontà di scrivere. Indubbiamente la biografia individuale e culturale influenza la sua scrittura. Vitaliano Brancati diceva che quando Pirandello diventò famoso si irritava di essere commentato solo in rapporto con l’Europa, bisognava ricordare la sua provenienza siciliana.

Nato ad Agrigento nel 1867, lui stesso dice “io dunque son figlio del caos; e non allegoricamente, ma in giusta realtà, perché son nato in una nostra campagna, che troviasi presso ad un intricato bosco, denominato, in forma dialettale, Càvusu dagli abitanti di Girgenti”: infatti lui è nato in una campagna intorno ad Agrigento durante un’epidemia di colera. Ha una formazione siciliana ed è periferico rispetto all’Europa, un po’ come Saba, entrambi nascono lontani dai centri di avanguardia d’Italia rimanendo più tradizionali proprio per il loro essere periferici; Saba scrive poesie rifacendosi al 700-800, Pirandello scrive basandosi sulle esperienze del passato accogliendo le forme della modernità che cominciavano a circolare in Italia. Questo lo si nota soprattutto guardando alla sua poesia, a cui si dedica tra il 1889 e il 1912: le raccolte di apertura e chiusura sono rispettivamente nel 1889 Mal giocondo e nel 1912 Fuori di casa. È un poeta estraneo a Pascoli e a D’Annunzio e anche nonostante si rechi in Germania e traduce Goethe, si rifà a Foscolo, a Carducci, il massimo della contemporaneità è quando si rifà a Stecchetti. Nel 1893 D’Annunzio pubblica il Poema paradisiaco, Pascoli nel 1891 pubblica Myricae: ma Pirandello sembra ignorarli, si concentra sui poeti precedenti di tradizione classica il cui ultimo esponente è stato Carducci. Nel 1912 scrive Cuori di chiave mentre siamo nel Futurismo.

Precocemente invece mette a fuoco la crisi sociale e culturale che attraversa una generazione di intellettuali nel passaggio dal Positivismo ad una nuova cultura. Diventa un protagonista della cultura positivista: legge i testi di questi scrittori, L’esclusa è parzialmente un libro verista in cui mette il suo scetticismo verso la totale fiducia alla scienza, ma in generale pur non credendo alla scienza crede negli strumenti cognitivi, nella dimostrazione logica di un assunto e rifiuto lo spiritualismo e l’irrazionalismo non credendo nella scienza ma crede molto nella ragione.

Il naturalismo siciliano è diverso, rifiuta il positivismo che però fu invece accolto in altre parti d’Italia come ad esempio a Firenze. In una lettera del 31 ottobre 1886 rivolta alla sorella Lina, Pirandello, che all’epoca ha 19 anni e si trova a Palermo e si scrive in Università sia alla facoltà di Lettere che di Giurisprudenza:

La meditazione è l’abisso nero, popolato di foschi fantasmi, custodito dallo sconforto disperato. Un raggio di luce non vi penetra mai, e il desiderio di averlo sprofonda sempre di più nelle tenebre dense. [...] Noi siamo come i poveri ragni, che per vivere han bisogno d’intessersi in un cantuccio la loro tela sottile, noi siamo come le povere lumache che per vivere han bisogno di portare a dosso il loro guscio fragile, o come i poveri molluschi che vogliono tutti la loro conchiglia in fondo al mare. Siamo ragni, lumache e molluschi di una razza più nobile – passi pure – non vorremmo una ragnatela, un guscio, una conchiglia – passi pure – ma un piccolo mondo sì, e per vivere in esso e per vivere di esso. Un ideale, un sentimento, una abitudine, una occupazione – ecco il piccolo mondo, ecco il guscio di questo lumacone o uomo – come lo chiamano. Senza questo è impossibile la vita. Quando tu riesci a non avere più un ideale, perché osservando la vita sembra un’enorme pupazzata, senza nesso, senza spiegazione mai; quando tu non hai più un sentimento, perché sei riuscito a non stimare, a non curare più gli uomini e le cose, e ti manca perciò l’abitudine, che non trovi, e l’occupazione, che sdegni – quando tu, in una parola, vivrai senza la vita, penserai senza un pensiero, sentirai senza cuore – allora tu non saprai che fare: sarai un viandante senza casa, un uccello senza nido. Io sono così. [...] Io scrivo e studio per dimenticare me stesso – per distormi dalla disperazione.

Mostra i lineamenti di una sospensione del senso, di astensione dalla vita (=Mattia Pascal) e in questo è quindi già vicino alla grande letteratura allegorica della modernità. Nella lettera si percepisce la problematica della scoperta della non centralità dell’individuo nel mondo (=Mattia Pascal afferma “maledetto Copernico!”); scrivere e studiare è analogamente insensato ma serve come compensazione della frustrazione derivante da tale scoperta. Gli ideali che aiutano a vivere sono degli autoinganni o delle illusioni mistificanti, ma essi sono tuttavia necessari per sopravvivere.

In una lettera del 15 dicembre 1893 destinata alla fidanzata Antonietta, con la quale è prossimo alle nozze, Pirandello ricostruisce la sua vita fino a quel momento; spera col matrimonio in un grande cambiamento, poi invece la moglie si ammalerà a seguito della perdita di tutti i suoi beni, finché Antonietta verrà rinchiusa in manicomio:

[...] Noi non sapremo mai nulla, noi non avremo mai dalla vita una nozione precisa, ma un sentimento soltanto, quindi mutabile e vario, triste o lieto a seconda della fortuna. Nulla di assoluto, dunque. Che cosa è il giusto? che cosa è l’ingiusto? Io non trovavo in questo labirinto una via d’uscita. Né nulla veramente potevo trovarci, perché nulla vi mettevo, né un desiderio, né un affetto qualsiasi: tutto m’era indifferente, tutto mi pareva vano e inutile – ero come uno spettatore annoiato e smanioso, a cui era di peso il rimanere, e pur non sapeva decidersi ad andarsene; ero come un espulso dal fiume, che consideri dalla riva la corrente senza più la voglia di lasciarsi oltre portare. Il mio intensissimo amore per l’Arte era l’unico scoglio a cui, in tanto naufragio, s’aggrappava disperamente l’anima mia: ma la vita moderna così agitata da tempestosa miseria ha poco men che sommerso quest’unico scoglio: sicché tenermi stretto a lui era quasi affogare e subir gl’insulti dell’avversa marea. [...]

Pirandello afferma di essere come un “espulso dal fiume della vita, fuori dalla corrente, senza la voglia di lasciarsi portare”, gli interessa solo la scrittura, la sua unica salvezza è la letteratura e la scrittura, ma la vita moderna gli impedisce di vivere ciò serenamente. Afferma di guardare la vita degli altri come un complesso di assurdità. Ci si trova davanti all’impossibilità di prendere parte all’esistenza moderna, e la sua visione del mondo non si modificherà poi, nonostante il passare del tempo.

La stessa posizione verrà espressa in forma diversa nel 1893 nel saggio Arte e coscienza di oggi, pubblicato sul giornale La nazione letteraria: la sua condizione è diversa rispetto a quella espressa nelle lettere alla sorella, si è infatti trasferito a Roma per iscriversi alla facoltà di Lettere, dove rimane fino al 1889; poi dopo la lite con un professore va a Bonn con l’aiuto di Ernesto Monaci e dove si laureerà con una tesi intitolata La parlata di Girgenti. Nel 1891 torna a Roma dove si stabilisce. Nel saggio del 1893 Pirandello non ha cambiato la sua posizione.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher MARGRO171097 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Generi e forme della letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Nozzoli Anna.
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