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Federica Muzzarelli: le origini contemporanee della fotografia

La camera oscura

La camera oscura è il dispositivo ottico di base che permette il funzionamento dell'apparecchio fotografico moderno. Aristotele fu uno dei primi a sperimentarla, riuscendo ad osservare le fasi di un'eclissi di sole senza rimanerne accecato. Nella camera oscura si verifica un semplice fenomeno ottico: se in una stanza completamente buia si fa un foro su di una parete, i raggi luminosi prodotti dal sole entreranno proiettando sulla parete opposta l'immagine capovolta di ciò che si trova all'esterno della stanza stessa.

A metà del 500, Cardano Gerolamo applicò una piccola modifica alla camera, nella quale una lente convessa venne posta in corrispondenza del foro e poco più tardi lo scienziato Daniele Barbaro aggiunse un diaframma alla lente, in modo da realizzare un'immagine della realtà ancora più precisa.

Esiste inoltre la camera oscura reflex, progettata da Joanne Zahn. Quando l'immagine riflessa dentro la scatola raggiungeva uno specchio posto a 45 gradi sul fondo, essa veniva proiettata (non capovolta) su un piano orizzontale al di sopra della scatola stessa. Abbiamo poi la camera oscura lucida o camera chiara dove, un prisma di vetro legato ad un'asticella sormontante una tavoletta su cui è posto un foglio di carta, permetteva al disegnatore di vedere contemporaneamente il soggetto da ritrarre e il foglio sul quale doveva disegnarlo.

Il dagherrotipo

Il pittore francese Louis-Jacques-Mandé Daguerre fu portato a sperimentare il processo fotografico dalla sua passione per l’arte e per l’illusione; egli aveva infatti aperto due Diorami, esibizioni pittoriche arricchite da effetti dovuti a continui cambiamenti di luce, a Parigi e a Londra.

Nel 1829 egli iniziò una collaborazione con Joseph Nicéphore Niépce e suo figlio Isidore, ai quali è attribuita la prima fotografia permanente scattata tra il 1826 e il 1827 dal terrazzo della sua abitazione ("Veduta da una finestra della casa di Gras"). Nel gennaio 1839, l’Accademia delle scienze francese annuncia l’invenzione del processo del dagherrotipo (la fotosensibilità). Si tratta di una placca di metallo, ricoperta da una sottile foglia di argento puro, cosparsa di iodio. Deve essere usata entro un’ora dalla sua preparazione, collocandola in una camera oscura dotata di obiettivo. Il tempo di posa varia dai 15 ai 30 minuti e l’immagine verrà poi resa visibile in seguito allo sviluppo effettuato con vapori di mercurio. Si ha un’immagine positiva, cioè con il bianco e il nero non invertiti, finissima nei dettagli e nelle ombre ed è un pezzo unico non riproducibile. Nel 1837 si ha la prima dagherrotipia, ovvero "Natura morta".

La Polaroid

È una macchina che impressiona pellicole a sviluppo istantaneo che non richiedono ulteriori passaggi in laboratorio per diventare fotografie. Per Polaroid si intende anche la fotografia come immagine finale.

La calotipia

La calotipia è un procedimento fotografico per lo sviluppo di immagini riproducibili con la tecnica del negativo/positivo. Messo a punto da Talbot. A differenza del metodo di Daguerre, la calotipia permette di produrre copie di un'immagine utilizzando il negativo, la qualità della stampa risulta però inferiore rispetto al dagherrotipo, specialmente nei dettagli. Inoltre, la possibilità di ottenere immagini riproducibili non rendeva il prodotto calotipico prezioso come l'opera unica del dagherrotipo.

La produzione del calotipo deve seguire determinate fasi, ovvero: dopo aver scelto accuratamente la carta da utilizzare, senza nessun tipo di imperfezioni o pieghe, si passa alla sua stessa preparazione, che si completa in 2 fasi: nella prima essa segue un'inceratura, una iodurazione e infine una sensibilizzazione.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/06 Cinema, fotografia e televisione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Fotografia e cultura visuale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Muzzarelli Federica.
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