La Divina Commedia
Perché scegliere l'analisi dell'inferno Dantesco?
L'inferno ha una struttura, come tutta la Commedia, che funziona magnificamente. L'opera fu stilata in circa 15 anni, anche se non ci sono fonti sicure e attendibili se non informazioni dal Boccaccio. È un classico della letteratura di tutti i tempi. Cosa è però un classico? È un testo storicamente determinato e riferito ad un sistema di valori che necessita, per perdurare, di un pubblico interpretante.
Ad esempio in classici antichi, l'auctoritas o autorità degli antichi i quali vengono imitati dai posteri. Il fatto che i classici siano riferiti ad un determinato sistema di valori permette loro di stabilizzarsi ed evolvere allo stesso tempo nel tempo, anche se alcuni non durano a lungo come altri. Un esempio calzante di classico imperturbato è il Petrarca, il quale rappresenta un modello per gravità e piacevolezza legate all'estetica e ai valori delle corti italiane.
Un classico è un modello, è attuale e unico, è universale e fa parte del patrimonio culturale di un determinato paese o ancora meglio dell'identità nazionale. Accanto al classico si ritrova il canone il quale descrive con un elenco gli autori e le opere identificate come modelli culturalmente centrali in una determinata società. È descritto comunemente in una antologia e nasce, in Italia, nel momento in cui si forma una identità nazionale. Con la nazionalizzazione e l'alfabetizzazione i classici sono tornati utili alle scuole per il consolidamento di un'identità nazionale, che tanto mancava. Tutto ciò ha una importanza culturale e generazionale poiché il "chi siamo" viene trasmesso nel tempo.
Il canone si collega alle istituzioni per la stabilità dei saperi e un terzo elemento, la memoria, entra a far parte del circuito di selezione del popolo che è sempre aggiornato. Oggi il mondo globale ci parla ma nonostante ciò numerose identità nazionali si chiudono in se stesse e vedono il canone come un oggetto utilizzato dalle classi dominanti per liberarsi o appropriarsi dell'identità nazionale. Ad esempio la digitalizzazione dei libri avanzata da Google Books è stata vista da paesi esterni al Regno Unito e all'America come una imposizione dei canoni anglo-americani al mondo del web.
Ma come liberarsi di questi canoni così scomodi e politicamente ingombranti? Con la censura e, peggio ancora, con un vero e proprio rogo di libri, come avvenne nella Germania nazista. Perché i libri? Perché la letteratura dà una chiave interpretativa al senso del mondo e la carta è testimonianza di questo strumento eccezionale che aziona il meccanismo interpretativo dell'essere umano. Questi vivono all'interno della comunità poiché senza un popolo interpretativo sarebbero una semplice astrazione. Sono queste comunità che costruiscono una interpretazione. Non è possibile, tuttavia, applicare un canone universale, così nel '900 vari personaggi avanzarono le loro ipotesi sul che cosa sia un classico dando voce alle loro ragioni che sono sia restrittive sia di ampliamento semantico a seconda dell'autore.
Autori e la definizione di classico
Thomas Elliot (1880-1965). Nel 1944 scrive un saggio "Cosa è un classico?". Per questo autore il classico è ciò che sintetizza al massimo un popolo. Per lui il modello perfetto è Virgilio: su di lui si sono misurate le letterature europee nel corso dei secoli. Virgilio come ancora di salvezza anche nel '44.
Un secondo autore che diede un contributo per il raggiungimento di una risposta esaustiva al quesito fu Eugenio Montale. Egli nel 1956 parlò di Elliot e definì Virgilio come l'uomo che riuscì ad interpretare il mondo con l'ausilio della natura e a parlare in un modo accessibile a tutti. Secondo l'italiano, i classici non sanno di esserlo e possiedono dei valori di Metatemporalità: quindi possiedono caratteri paradossali come la costruzione del proprio carattere successivamente alla stesura ma al contempo possiedono sin da subito l'attualità e il sistema di valori del periodo in cui vengono stesi.
Un terzo autore fu Frank Kernode, il quale nel 1985 discusse su Elliot e fece convergere nel concetto di classico la voglia di fissarsi fuori dal tempo e dallo spazio con l'adattamento cospicuo nel tempo che trascorre in quel momento. I classici sono quindi imperturbabili e malleabili allo stesso tempo. Sono aperti all'attualizzazione e spesso vengono distinti in antichi e moderni: i secondi si pongono delle domande mentre i primi offrivano delle risposte. L'andamento della modernità ha modificato il modo di porsi nei confronti del mondo, ormai siamo indotti a porci delle domande.
Un quarto autore che cercò una risposta alla domanda sul cosa sia in realtà un classico fu Italo Calvino. Egli affermò che un classico è tale perché "non può fare a meno del rumore di fondo che vuole evitare". Il rumore di fondo è caratterizzato dal sistema di valori che inevitabilmente si intreccia con la forza del linguaggio. La forza della realtà è incontrastabile e arricchisce un testo attuale e non, allo stesso modo.
Quinto, ma non ultimo autore, fu George Stainer, il quale nel 1989 fu fermamente convinto della nostra capacità di "apprendere ciò che non siamo". Conosciamo quindi un mondo diverso da noi ma allo stesso tempo vogliamo sfruttare questa alterità come una possibilità di conoscere ciò che non siamo ma che probabilmente vorremmo essere.
La funzione dei classici e la Divina Commedia
I classici servono a camminare. Dante ha visto lontano non solo dal suo tempo ma probabilmente persino dal nostro. Gli artisti vedono cose che altri non notano e ci permettono di guardare e quindi osservare questi mondi a noi spesso estranei. La Commedia dantesca è un testo polisemico poiché intreccia un significato letterale dal quale si deve partire, con uno allegorico il quale fornisce delle verità nascoste da menzogne, uno morale che fornisce utilità e insegnamento e infine uno anagogico che fa del senso spirituale uno strumento per il rinvio alla vita terrena. L'anagogia infatti è una interpretazione delle Sacre Scritture alla luce del Giudizio Finale. Non sempre questi metri di analisi devono essere utilizzati contemporaneamente ma ricorrono in aiuto dello studioso continuamente.
Dante decise di intitolare la sua opera come "La Commedia". Il titolo espone lo stile, in questo caso basso, e non la vicenda poiché permette all'autore di innalzarsi man mano senza rischiare di cadere nella trappola del dare una aspettativa alta per poi, forse, non essere in grado di mantenerla. Si distingue inoltre dalla tragedia essendo dotata di un inizio burrascoso e di una conclusione felice. Può spaziare così tanti argomenti e stili, somma la prosa e la poesia, somma anche il latino e il volgare in un'unica opera senza rischiare di scadere nel banale e nell'errore.
La struttura e il significato del viaggio nella Divina Commedia
Il viaggio del pellegrino è una delle basi del canto ed è un viaggio nella conoscenza e della conoscenza. Dante si paragona ad Ulisse che è tornato in patria dopo anni dalla fine della guerra di Troia, così egli alla fine della Commedia riuscirà a trovare la retta via perduta, fine spirituale e religiosa. Sincretizza il modello del viaggio riprendendo esempi dall'epica classica (Eneide e Odissea), dalla letteratura romanza e dall'allegoria (Anti Claudianus, viaggio della saggezza). Oltre a questi modelli sincretizza anche quello dell'Avisio, o visione, poiché in un luogo in cui è scontata l'assenza del corpo, egli sottolinea più volte il suo essere corporeo. Il corpo ha infatti una funzione simbolica poiché ricollegata agli stati psicologici e una realistico-narrativa poiché lo stupore delle anime accende la curiosità e attiva il dialogo.
Questo luogo ultraterreno popolato da anime ha una struttura particolare che si distacca dalla bipartizione dell'Eneide tra viaggio e guerra. È diviso in tre parti: l'inferno luogo della disperazione, il purgatorio luogo della speranza e infine il paradiso della salvezza. Il primo è un imbuto simile ad un grande pozzo scosceso che ebbe origine a causa della caduta di Lucifero dal cielo, è formato da 9 cerchi. Questi è nel ghiaccio a testa in giù e anche Dante si capovolge e, uscendo dall'inferno, effettua anche un capovolgimento etico.
La terra che è stata spostata dalla caduta dell'angelo, ha dato origine a un luogo perfettamente simmetrico nell'altro emisfero, ovvero il purgatorio. Questo è formato da 9 parti ovvero 7 cornici ascendenti e l'antipurgatorio custodito da Catone Uticense, ed è a forma di spirale nella quale i dannati sono disposti in ordine di gravità ovvero le colpe sono o analoghe o opposte a quelle infernali dalla più grave alla più lieve. In questo luogo vi è speranza poiché i dannati possono espiare le proprie colpe grazie alle preghiere dei vivi e alla pena che subiscono per la legge del contrappasso.
Infine il paradiso è composto da 9 cieli che ruotano con velocità decrescente dal nono al primo. Per espiare le proprie ultime colpe Dante si bagna nel fiume Lete e nel Eunoè, per ravvivare la memoria del bene compiuto. Questa cantica si realizza nella tensione tra dicibile e indicibile poiché il poeta esprime con la parola ciò che è per principio fuori alla parola. È sempre presente la simmetria per quanto riguarda la metrica, le parole, i numeri e i personaggi. Macroscopicamente l'attenzione è rivolta alla struttura generale accennata che, come altro, gira attorno alla simbologia del numero 3, il numero della trinità.
Tre sono i peccati dell'inferno corrispondenti alle tre fiere: incontinenza, violenza e frode; tre sono gli amori del purgatorio: cattivo oggetto (amore e troppo amore per il male), poco vigore (scarso amore del bene) e troppo vigore (esagerazione e attaccamento ai beni terreni); come tre sono le categorie dei cieli del paradiso: secolari, attivi e contemplativi. I cieli, così come i cerchi dell'inferno e le parti del purgatorio, sono 9. La radice di 9 è 3 e il 9 è il numero che contraddistingue Beatrice, la quale è "un miracolo".
Sono tre anche i momenti della giornata nelle quali si svolge l'arrivo nei vari luoghi: notte per l'inferno, alba per il purgatorio e mezzodì per il paradiso. Il 3 torna ancora nelle terzine che sono, incatenate, un'invenzione dello stesso autore e torna anche nel numero delle sillabe (3 versi endecasillabi, 33), nel numero dei canti per ogni cantica (33, mentre l'inferno è 33+1) e 3 terzine per alcune volte fondamentali nella sintassi. Quest'ultima è fondamentale poiché spesso Dante inserisce un concetto che è carpibile soltanto grazie alla analisi non di una sola terzina ma di una serie di tre: questo espediente fa si che il poeta metta in evidenza delle informazioni fondamentali.
Spesso dall'analisi d'insieme delle cantiche, si riscontra la ripetizione di alcune parole in precisi punti di versi e canti. Nonostante tutti questi richiami non esistono rime identiche siccome l'italiano permette l'utilizzo di una medesima parola per varie accezioni di significato, l'unica parola che fa rima con se stessa è Cristo. Un esempio evidente di queste ripetizioni simmetriche è la ripetizione della parola stelle, la quale sottolinea il percorso in ascesa che il poeta affronta. Oltre che in questi elementi testuali, la simmetria è riconoscibile in elementi concettuali e schematici come la collocazione per ogni peccato e per ogni pena di un personaggio riconoscibile dal lettore.
Le invenzioni di Dante e l'arte della memoria
Queste invenzioni brillanti dell'autore servono sempre per mantenere attiva la memoria del lettore il quale, grazie all'arte subliminale dell'Alighieri, collega gli episodi tramite una percezione sistemica. Dante fa ricorso, avvalendosi dell'ars memoriae, a vari espedienti riassumibili in:
- Concretezza: l'utilizzo di personaggi noti, similitudini, aiuta il lettore tanto quanto la resa di immagini astratte;
- Visualizzazione: le immagini possono essere percepite visualizzando la descrizione nella mente e danno una spinta positiva alla memoria, la quale è stimolata maggiormente dalle immagini inusuali, come l'orribile pena degli ignavi;
- Configurazione Topica: importante è la creazione di un luogo nel quale inserire gli avvenimenti e i personaggi;
- Localizzazione: è utile l'inserimento delle immagini descritte in un luogo (collegamento punto 3);
- Itinerario mnemonico: gli avvenimenti che si succedono rendono man mano la concretizzazione dei concetti o dei ricordi nel luogo, nello spazio.
Canto I
Questo primo canto è un ibrido. Non è il classico proemio distaccato dal resto dell'opera ma è sia proemio (accessus) che narrazione (narratio). Guardando la struttura dell'intera Commedia, l'inferno al contrario di purgatorio e paradiso è composto da 34 e non 33 canti. Come scrisse anche Orazio secoli prima, Dante utilizzò la narrazione in medias res e non invocò le muse. Il ruolo marginale delle muse, ridotte a qualche verso del secondo canto, è segno di grande innovazione come anche la terzina incatenata. Questa struttura è caratterizzata da terzine di endecasillabi nelle quali il primo e il terzo verso sono legati al secondo della terzina successiva, come il primo e il terzo di questa sono legati al secondo della successiva.
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