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Giovanni Arpino: vita e opere

Giovanni Arpino (1927-1987) nasce a Pola in Jugoslavia e morirà a Torino (a Bra) di tumore. Il padre era originario di Gaeta (Italia del sud) ed era un militare di carriera. Arpino nei confronti del padre prova sentimenti contrastanti: amore e odio. Egli è visto come un modello da imitare eseguire ma anche come un peso a causa dei continui spostamenti a cui sottopone il figlio. Arpino dirà “sono cresciuto tra bauli, stazioni e caserme”.

Nel 1946 Arpino arriva a Torino dove inizialmente si iscrive a giurisprudenza, ma poi cambia idea e passa a lettere. Torino gli appare una città immensa e caotica che lo disorienta ma allo stesso tempo lo fa divertire.

Passioni e stile di vita

Arpino è un gran amante della buona tavola, della boxe, del gioco a poker; ritiene importante la buona prestanza fisica ed è per questo che egli stesso si dedica molto allo sport. Nelle sue opere applica spesso il labor limae. È considerato un autore scomodo per i suoi tempi, egli infatti polemizza su alcuni aspetti e personaggi del suo tempo. Come autore non si omologa mai, mantiene costante la sua originalità.

Si cimenta con il giornalismo sportivo perché ciò gli permetteva di avere un resoconto economico immediato anche se fu la causa della sua dimenticanza e trascuratezza come autore di romanzi. Nonostante sia appassionato del cinema ritiene che quest’ultimo e la scrittura siano due campi artistici differenti; non compare quasi mai in televisione. Le sue opere vengono tutt’ora pubblicate dal figlio Tommaso e dalla vedova Caterina.

Giovanni Arpino pubblica i suoi articoli su molti giornali importanti come “Il Mondo”, “L’Espresso”, “La Stampa”. Egli è soprattutto un narratore in prosa, scrive infatti romanzi e racconti (e a volte opere teatrali).

Opere e tematiche principali

Nel 1952 a soli 25 anni pubblica “Sei stato felice, Giovanni” (collana “I Gettoni”, casa ed Einaudi) che è il romanzo esordio del poeta. Tuttavia la sua produzione si intensifica a partire dal 1958 e si conclude un anno prima della sua morte, nel 1986, con la pubblicazione del “Passo d’addio”. Quasi tutte le storie dei romanzi vengono ambientati a Torino (tranne qualche allontanamento dei personaggi stessi). È un narratore di racconti anche surreali (infatti si reca in Francia dove ha modo di conoscere i Surrealisti) ne è l’esempio l’opera “La Babbuina”, nella quale viene descritta una scimmia con i sentimenti e le capacità proprie delle persone. Ella muore dopo aver preso una confezione di sonniferi avendo saputo il destino delle sue simili racchiuse nei circhi.

Caratteristiche della scrittura di Arpino

  • Le opere presentano spesso delle caratteristiche autobiografiche tra cui riferimenti al fumo, alla buona tavola, al vino, all’amore per la lettura.
  • Utilizza spesso la figura retorica dell’accumulazione (o lista) di aggettivi, sostantivi o verbi con polisindeto. Tale espediente permette di esprimere con maggiore chiarezza ed intensità il pensiero, rendendolo anche più realistico e dinamico.

Approfondimento su "Sei stato felice, Giovanni"

In questo romanzo ci sono dei termini ricorrenti: risse, coltelli. I personaggi coprono una grande gamma, si trovano dei marinai in quanto ci troviamo in una città portuale (Genova), ma anche barboni, prostitute e contrabbandieri. È una Genova rappresentata dai personaggi più umili. Il protagonista usa spesso il verbo ‘pensare’ e infatti si dedicherà a lunghe riflessioni (anche se all’inizio del capitolo 7 afferma il contrario).

Tutto il romanzo è giocato sugli interni e gli esterni molto dettagliati: interni: Albergo, le osterie; esterni: il più importante è il paesaggio notturno (paesaggi lunari). Sono ben delineati anche i ritratti, anche se vengono trattati in modo rapido e conciso. Vi è l’alternanza tra capitoli narrativi e riflessivi, e altri intensamente dialogati con dialoghi anche brevi (es cap 4, 13, 21, 26 narrativi; 5 dialogato). Nei capitoli dialogati Arpino fa entrare i personaggi in modo quasi teatrale, tale espediente era utile per tenere viva la curiosità del lettore.

Il protagonista del libro, Giovanni, è un grande amante della lettura e dei libri, e anche quando non riesce a leggerli ha la fissazione di toccarli. Giovanni è diverso dai suoi amici: legge e pensa molto. I personaggi femminili sono molto importanti, vengono descritti dettagliatamente anche nei loro mestieri. Gli amici chiamano Giovanni “il bello”. Compaiono molti gatti nel romanzo. “Buono, grosso e pulito” sono i tre aggettivi riferiti a Mangiabuchi.

Nel capitolo 6 viene descritta la corsa ciclistica, tale scena viene descritta in modo molto teatrale soprattutto nella descrizione dei personaggi; lo deve alla sua capacità di commentatore sportivo. Nel corso del romanzo si passa spesso dal comico, al tragico e anche all’epico (es cap 18). Arpino ha il gusto per le frasi brevi e incisive; una prosa rapida che non lascia spazio alla noia. La punteggiatura è importante: sapiente e motivata; vuole essere diretto cercando di far capire velocemente il messaggio.

Torino e gli altri romanzi

Di Torino si ha qualche informazione: “è bella e vecchia”, “non ci sono gatti”, “c’è un fiume”, riflette eleganza ed è descritta con dei stereotipi; la madre di Giovanni è di Torino. Nella composizione del romanzo Arpino ricorse alla triplicazione degli aggettivi per asindeto; ciò gli permetteva di delineare al meglio la personalità (caratteristica tipica degli scrittori della metà del ’900).

Nel capitolo 15 viene descritto un rapporto sessuale tra Giovanni e una prostituta, Olga; essendo Giovanni molto giovane, Olga rappresenta un’iniziazione per Giovanni. Il “ciao Olga” del cap 15 sottolinea uno stretto rapporto tra l’autore e i personaggi. Il topo del viaggio è costantemente ripreso: l’arrivo da Savona sul carro degli zingari, la sosta a Genova, e il desiderio di proseguire il viaggio verso Roma.

Nel capitolo 27 (l’abbandono di Maria) il linguaggio dal particolare arriva all’assoluto; dall’esperienza personale Arpino arriva a delle conclusioni generali sulle donne. La natura e l’ambientazione prende lo stato d’animo dei personaggi.

Nel cap 28 (nell’explicit) Giovanni si rende conto di aver subito una metamorfosi, di essere passato da adolescente ad adulto; la scelta lessicale sottolinea il suo cambiamento. Il capitolo 28 inoltre è un capitolo molto riflessivo e narrativo, cerca di cogliere tutti gli aspetti di Genova. Nel capitolo 28 viene descritta la stazione; riferimento autobiografico di Arpino.

Altri lavori di Arpino e collaborazioni

La suora giovane” (casa ed: Einaudi – 1959 – ed “I Cavalli”) è un romanzo interamente ambientato a Torino. Il protagonista maschile (Antonio) è un ragioniere di 40 anni avente una vita monotona e triste; l’incontro con la novizia (Serena di 19 anni) porta una novità nella sua vita. Il romanzo appartiene al periodo della fioritura nella scrittura dell’autore. È un romanzo molto breve.

La suora giovane è una novizia che è stata costretta dai genitori contadini (che vivono nelle vicinanze del Mondovì) ad andare in convento per sfuggire al duro lavoro dei campi, ma a lei questo mondo sta stretto; vorrebbe avere dei figli, sposarsi, lavorare e vedere il mondo. L’incontro tra i due personaggi avviene davanti al palazzo della Gran Madre, alla fermata del tram: la fantasia del ragioniere si accende vedendo la costanza della giovane novizia nel prendere sempre il medesimo mezzo.

Nel corso del romanzo vengono affrontati diversi temi: la vita, la morte, il paradiso e l’inferno affrontati anche in modo tragico. La vicenda è narrata sotto forma di diario che si estende dal 10 dicembre del 1950 al 2 gennaio 1951 (si ha pertanto la descrizione del Natale e del Capodanno). È interessante la scelta di scrivere il romanzo sotto forma di diario (dies = giorni) che risulta fortemente autobiografico e scandito con precisione nel tempo. I capitoli del romanzo sono molto brevi e scanditi più dai pensieri che dalle azioni.

Per la composizione dell’opera una delle fonti di Arpino è la monaca di Monza di Alessandro Manzoni (tale opera viene citata pure all’interno del romanzo stesso – 14 dicembre). All’interno del romanzo vengono citati due tipi di viaggi differenti (con altri brevi all’interno della Torino stessa): il viaggio di Antonio che si reca a Mondovì dai genitori di Serena; e il viaggio preannunciato a Ferrara.

L’incontro porta a un processo di innamoramento ma anche a molti sensi di colpa; tale incontro permette ad Antonio di rivedere le sue abitudini monotone (appare come la sua coscienza). Serena vede in Antonio la possibilità di una liberazione dalla monacazione forzata voluta dai suoi genitori ed è per questo che risulta anche manipolatrice; della sua manipolazione Antonio verrà a conoscenza solo dopo essersi recato a Mondovì.

Le descrizioni dei personaggi sono rapidi e concisi ma allo stesso tempo molto dettagliati, ciò sottolinea l’estrema capacità ritrattistica di Arpino. Il capitolo più importante e anche il più lungo è quello del 19 dicembre, il giorno del dialogo tra i due personaggi; anche se sotto forma di un dialogo esso assume spesso le caratteristiche di un monologo di Serena intervallato da brevi parti narrative che servono a spezzare un dialogo concettualmente intenso.

Le ambientazioni (Torino - Mondovì - il Po – Porta Nuova che è anche un evidente aspetto autobiografico – inoltre sono abbastanza statiche infatti uno dei pochi modi di fuga è la descrizione di una cartolina) sono spesso descritti come cupi, nebbiosi e tristi; in particolare il Po darà luogo a un suicidio. Queste descrizioni cupe sottolineano i caratteri e l’umore dei personaggi stessi.

Dal punto di vista stilistico nel testo ci sono degli spazi bianchi che sono usati abilmente da Arpino per approfondire il discorso o ad aggiungere altri elementi. L’utilizzo di interrogative aiuta a comprendere al lettore la quantità di pensieri che si affollano nella mente del personaggio. Vengono spesso omessi i verba dicendi che servono a velocizzare il discorso.

È frequente l’uso degli avverbi “sempre” e “mai” che sottolineano la costanza degli avvenimenti. Le frasi sono brevi e scandite dalla punteggiatura e in particolare dai punti fermi; inoltre la costante decisione di andare a capo permette al lettore di seguire meglio il discorso, ma permette anche al protagonista di scandire bene i propri pensieri. La ripetizione della parola “vergogna” e del verbo “vergognarsi” è costante nel romanzo (nella prima parte del romanzo tali parole appartengono esclusivamente ad Antonio ma successivamente – dal 19 dicembre in poi – diventano parte del linguaggio di Serena), ciò sottolinea il carattere di Antonio ma anche la situazione bizzarra che si è creata tra lui e la novizia; lei stessa spesso si autorisponde per tranquillizzarsi.

È costante l’utilizzo del topos dell’ineffabilità: l’impossibilità di esprimere a parole i propri sentimenti, le proprie visioni perché troppo intensi per la mente umana (esempio Dante nel Paradiso). Nella descrizione degli ambienti c’è una costante alternanza tra interni ed esterni (aspetto tipicamente cinematografico). Nonostante il rapporto con Serena, Antonio continua a frequentare Anna, la donna che avrebbe dovuto sposare in precedenza. Con quest’ultima ha dei rapporti sessuali costanti e monotoni.

La parte centrale del romanzo

Nella parte centrale del romanzo Serena continua a chiedere ad Antonio se la vuole sposare. Arpino attribuisce a Serena la caratteristica della risata (cfr Silvia di Leopardi: Silvia non viene descritta in modo particolare, di lei vengono messi in risalto solamente lo sguardo ridente, luminoso e al tempo stesso composto che la illumina e ne sottolinea l'atteggiamento spensierato, felice ma anche riflessivo; o Beatrice di Dante: il sorriso di Beatrice rappresenta un elemento fondamentale in quanto lo rasserena e spesso lo spinge a proseguire nel suo cammino di ascesa verso Dio).

Il giorno di Natale, Antonio si reca a mangiare fuori con gli amici, in questa occasione avviene il suicidio sul Po. Nello stesso giorno scompare Serena che viene sostituita da un’altra suora.

Il 2 gennaio Antonio si reca a Mondovì (non viene descritto il viaggio; sottolinea l’importanza di raggiungere la destinazione) a casa dei genitori di Serena. Ivi si accorge di essere atteso (a causa delle lettere che Serena si scambiava con la madre). La madre viene descritta con pochi ma efficaci dettagli: vestita tutta di nero, affaticata dal pesante lavoro, figlia di un bottegaio fallito e quindi costretta a sposare un contadino.

Antonio viene a sapere che Serena ha chiesto di essere trasferita in un convento a Ferrara; questa decisione è dovuta all’indecisione di Antonio nel sposarla; Antonio si sente offeso e imbrogliato. Il padre di Serena avrà un ruolo decisivo nel romanzo.

Ultimi sviluppi e considerazioni finali

Le ultime pagine del romanzo sono dedicate al dialogo tra il padre di Serena e Antonio, è un dialogo fatto di battute ripetute e di schermaglie (i due si nascondono uno all’altro); usa spesso il termine “imbroglio, imbrogliare”. Non ci sono mai battute chiare ma suggerimenti e mezze risposte da parte di Antonio. Il padre di Serena ogni tanto pone delle domande riguardanti la figlia (domande anaforiche), pausando le domande con dei discorsi meno impegnativi.

Antonio decide di andare a Ferrara nonostante l’inganno. Alla fine Antonio tira le fila della sua vita (“Serena mi ha cambiato la vita”). Il padre di Serena usa l’italiano dialettale e molti luoghi comuni e stereotipi sulla donna. Marco Revelli descrive la donna come l’anello forte della famiglia, colei che si occupa delle finanze della famiglia. Le ultimissime battute si accavallano perché sottolineano l’indecisione del protagonista sul da farsi. Il romanzo si apre e si chiude con un grande interrogativo: la scelta di Antonio. Si passa continuamente dal paesaggio al personaggio (aspetto cinematografico) ma anche i dialoghi.

La trasposizione cinematografica: "La suora giovane"

Il film viene prodotto a cinque anni di distanza dal romanzo. Il registra Bruno Paolinelli riesce a renderlo molto bene e molto fedele al romanzo stesso. È un film coraggioso: rappresenta un rischio perché potrebbe essere visto come monotono ma anche perché affronta un tema difficile (l’amore tra una suora e un ragioniere). La suora giovane è l’opera (film) più importante di Paolinelli il quale dopo questa opera svanisce nell’anonimato. La scelta particolare del bianco e nero; insiste sul carattere della vicenda.

Il bianco e il nero così cupo rende bene il film. L’unica libertà che l’autore si concede sono le battute in dialetto dei genitori di Serena. C’è poca attenzione nel film alla scelta del cartellone della destinazione; un aspetto invece fondamentale nel libro.

Analisi delle opere successive

Nei romanzi di Arpino tutti i personaggi sono diversi: alcuni rispecchiano la sua autobiografia, altri sono dei personaggi solamente incontrati o inventati. Dal 1958 la produzione di Arpino aumenta. Nel 1958 si colloca il romanzo “Gli anni del giudizio” che si colloca esattamente a metà tra “Sei stato felice, Giovanni” e “La suora giovane” (storia ispirata dalla storia raccontatagli dall’amico Dino Rossi). Lorenzo Mondo a proposito di questo romanzo scrive che è il primo libro davvero importante di Arpino, il lettore trova piena aderenza alla contemporaneità (letteratura impegnata); il protagonista è un militante del partito comunista e il romanzo racconta tutti i dubbi e incertezza dello stesso ma soprattutto anticipa tutte le inquietudini di un romanzo successivo: “Una nuvola d’ira” del 1962. La vicenda degli “Anni del giudizio” è ambientata a Bra che è una città importante per Arpino, è ambientata alla vigilia delle elezioni politiche del 1953 perché il discorso politico è centrale nel romanzo.

Nel 1960 scrive “Un delitto d’amore” nel quale Arpino denuncia tutto ciò che sta attorno al delitto d’amore. La vicenda narra di un giovane nobile che sposa una semplice ragazza, anche contro la volontà della madre di lui, ma nella prima notte d’amore scopre che non è vergine (perché è stata violentata) e la uccide. Arpino vuole denunciare questo pregiudizio morale e sociale e lo scandalizza che il delitto d’amore in tribunale venga giustificato con vari mezzi e non abbia il medesimo processo degli altri delitti. Arpino si esprime e condanna una legge che non è uguale per tutti (uno scrittore scomodo).

Nel 1964 viene scritta “L’ombra delle colline” che descrive le delusioni di un giovane che quando era piccolo ha vissuto le lotte partigiane (27 aprile del ’45), con questo romanzo vince il Premio Strega. È un romanzo importante perché è ricco di memoria, e il viaggio (parte da Roma e arriva nelle Langhe) del protagonista lo riporta nelle terre della sua infanzia. Importante per il tema del viaggio reale.

Nel ’66 (più o meno ogni due anni compone un romanzo) compone “Un’anima persa” che viene rappresentata da Lorenzo Mondo che lo definisce “il più torinese di Arpino”, infatti la vicenda si svolge interamente a Torino.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

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