Omero mediatico: aspetti della ricezione omerica nella civiltà contemporanea
Omero nella letteratura italiana del '900
La letteratura del '900 dissacra il racconto omerico, presentando gli eroi come antieroi, millantatori e guerrafondai, con un'attenzione particolare a Odisseo. Questo personaggio è spesso riletto in chiave ironica, ribellandosi alla tradizione.
Emilio Isgrò, nella sua opera "Odissea cancellata" del 2004, presenta un ironico monologo teatrale in cui Odisseo è un vigliacco antieroe e Polifemo un bambino ferito ad un occhio, che Ulisse vorrebbe portare in guerra per sacrificarlo al posto del figlio. I due si incontrano in sogno e Polifemo dimostra un'umanità che manca a Ulisse. Un'altra opera di Isgrò è il romanzo "Polifemo" del 1985, legato alla Sicilia, con allusioni alla politica, alla mentalità e ai problemi dell'isola. Polifemo è una maschera molteplice: in parte io-autore, il testimone, la mafia e il suo peggior nemico, la letteratura dominante.
In questa narrazione, Odisseo è un antieroe: sprovveduto, rappresentativo di una vecchia cultura deteriorata, è un ottuso che non vuol capire la Sicilia e solo cambiarla. Unico vero tratto è fanfarone, racconta bugie. Il racconto è caotico e Polifemo narra convulsamente, riflettendo la realtà moderna, è un attacco all’uomo moderno che ha perso la capacità di rapporti sociali.
La conclusione del romanzo non è una conclusione: l’eroe Polifemo mangia sé stesso, l’aedo contemporaneo è fagocitato dall’ampiezza e molteplicità del mondo, si mangia e resta solo la bocca. Polifemo è quindi l’opera stessa che mangiandosi scompare e si sottrae a interpretazioni. Forse è la solitudine di chi non chiude bocca e paga con la morte le sue azioni? Nel capitolo 12, Polifemo indica che è un attacco alla letteratura del tempo le cui parole hanno perso senso e si nutre di sé stessa. Tornare alle parole e al loro senso preciso: il romanzo è protesta verso la cultura del tempo e l'immobilismo della tradizione che non sanno più raccontare le cose.
Stefano D'Arrigo e "Horcynus Orca"
Stefano D’Arrigo, con il romanzo "Horcynus Orca" del 1975, riattualizza l’epica antica, raccontando le peregrinazioni di un uomo che sono poi quelle della vita di ognuno. Si ispira all'Odissea anche nella narrazione: un fluire narrativo ininterrotto ove i fatti sono ripetuti e anticipati così che il lettore può leggere da qualsiasi punto senza perdere il filo, come affermato nel proemio dell'Odissea. Lo stile è orale, con epiteti e nomi composti (es. orcaferone, spaventodicristiani facciatagliata), e come nell’epica, inserisce storie a commento di nomi e oggetti con digressioni.
Il personaggio di Ndrja Cambrìa (Ulisse ed Ettore che si sacrifica) torna dalla guerra dopo l'8 settembre, a piedi da Napoli desidera raggiungere la Sicilia, al villaggio natale di Cariddi dove lo attendono il padre e la promessa sposa (Marosa). Lo aiuta a traversare una donna misteriosa, Ciccina Circè (Circe e Penelope di cui Ndrja si innamora): come in sogno su una barca, si amano e lui non la scorderà più. Il padre Caitanello si rende ridicolo con il figlio ingigantendo le sue gesta, rappresentazione patetica dell’aedo cantastorie, inoltre è legato alla morte perché ogni sera parla con la moglie morta prima di dormire: per Ndrja è la discesa nell’Ade.
Nel suo paese ritrova una comunità ridotta alla fame e all'assenza di maschi morti in guerra, i personaggi femminili dominano la scena, specie le Sirene: ribaltando la tradizione, sono benefiche per gli stanchi marinai lontani da casa, e chi dice il contrario è la retorica fascista, l'Ulisse omerico è dato per stupido perché si legò alla nave. Nel mare ci sono Fere (Delfini), esseri pericolosi che uccideranno il mostro che arriva al villaggio tagliandogli la coda (orca orcinuta, creduta immortale, simbolo della morte). Gli abitanti vogliono prendersi l’orca morta, diventando tutt’uno con la morte ed essa è per loro il cavallo di Troia che porta morte in paese.
Ndrja, come Ulisse, riparte per guadagnare 1000 lire ad una regata organizzata da inglesi e americani a Messina e mentre rema in notturna con ragazzi inesperti, si spinge oltre confine acque pattugliate ed è ucciso da un proiettile americano. Come l'Ulisse dantesco: folle volo dell’eroe oltre i limiti che non può valicare, preso da sensazione di libertà. È la storia del dopoguerra, di un reduce che torna al paese e lo trova cambiato e sconvolto, l’Odissea come storia del ritorno impossibile.
Il canto di Ulisse: Omero, Dante, Primo Levi
Nel suo libro "Se questo è un uomo", Primo Levi mette in primo piano, davanti alle sevizie, alla fame e alla morte subite in prigionia, il disumanamento, la privazione dell’umanità ai prigionieri trattati come animali. Non morivano come uomini ma come ombre, larve informi a cui la morte non toglie né aggiunge nulla.
Questo avveniva attraverso la privazione della parola: nessuna possibilità di comunicare, comprendersi – questa distingue uomini da bestie ed era negata ad Auschwitz (dove i detenuti parlavano lingue diverse e i carcerieri solo tedesco senza sforzarsi di tradurre e pretendendo che capissero dal tono di voce, come animali). Qui non c’è perché si sentì dire: mancanza di senso e di parola nella morte – a cui Levi cerca di opporsi con la parola, tanto importante per lui (aveva bisogno di parlare per confermarsi di non essere un oggetto).
Dopo la prigionia per Levi la scrittura è salvezza, voleva chiarezza delle parole e limpidezza del significato contrapposti all'assenza di parole e non senso del lager. Ogni esperienza umana, anche la peggiore, andava indagata per trarne valori. Senza la parola il ricordo della prigionia lo avrebbe schiacciato. "Il canto di Ulisse" (capitolo di "Se questo è un uomo") parla del dramma della parola negata ed eroismo disperato di un uomo che cerca di resistere.
Quando gli concedono una mansione diversa, andare a raccogliere il rancio a un km di distanza, ne approfitta per camminare e lo accompagna uno studente francese, Jean. Nell’ora d’aria Levi ha la necessità di sfruttarla per recuperare un po’ di umanità provando a considerare lui e l'amico ancora uomini. Cerca di ricordare versi danteschi del canto di Ulisse e tradurli in francese per l'amico, per fargli capire il senso profondo e potente dell’uomo: il suo sforzo eroico di ricordare versi e tradurli in elementare francese dà nuovo senso alla sua esistenza.
Dice che l’impulso di Ulisse di gettarsi al di là dei confini è qualcosa che conosce bene (forse l’impulso di uccidersi o di guardare dentro il male dell’uomo?).
Ulisse di Omero è un eroe coraggioso che torna a Itaca, felice compimento – Ulisse Dantesco è proteso a conoscenza e si perde perché si spinge oltre – entrambi eroici scegliendo il viaggio rivelatore, la vita non ha senso se non si sciolgono le vele e si viaggia verso la conoscenza. In Levi non c’è alcun eroismo: il viaggio nei vagoni non è deciso da lui ma da forza esterna e non svela alcun senso, l'uomo è creatura umiliata, larva, muta (Levi si arrende al silenzio suicidandosi nell’87 11 aprile). Levi è l’ultimo anti-Ulisse risucchiato in un viaggio senza senso nel nulla. Non riuscirà a spiegare con parola il senso della prigionia.
Pascoli e l'ultimo viaggio di Ulisse
Pascoli, con il poemetto "L’ultimo viaggio" del 1904, si ispira all’Odissea (quando l’indovino Tiresia dice a Ulisse appena tornato che dovrà fare un ultimo viaggio per placare l’ira di Poseidone); all’Ulisse di Dante col folle volo e allo Ulysses di Tennyson.
Ulisse, tornato a Itaca, appende il timone della nave sopra il caminetto, non vuole riprendere il mare. Appena tornato dal viaggio per placare Poseidone che Tiresia gli ha profetizzato (XI libro dell'Odissea): ha raggiunto un luogo ove gli uomini non conoscono il mare portando un remo, ha dedicato il remo a Poseidone per placare l’ira ed è tornato. Il canto delle gru migratrici annuncia l’inverno che gli ricordano il mare, ma resiste alla tentazione per 9 anni. Rimpiange avventure e giovinezza passata e vuole riviverle. All'alba della primavera del 10° anno, il canto delle rondini lo ispira e decide di ripartire nonostante l'età avanzata: prende il timone e va in spiaggia.
Fin qui uguale a Tennyson, l’Ulisse anche vecchio non può fermarsi in casa a lungo e riemerge eroe. Incontra Femio sulla spiaggia e qui inizia l'originalità della storia di Pascoli: Femio era l’aedo che aveva cantato le sue avventure trasformandole in epos. Femio aveva l’impressione che Ulisse si fosse stancato e aveva smesso di cantare le gesta. In realtà Ulisse non era stufo del suo canto, ma il ricordo del suo passato (CHE è IL NOSTRO VERO IO) si sbiadisce sempre di più col tempo, diventa come un sogno e Ulisse vuole svegliarsi, come? Rivivendolo.
Diversamente da Dante e Tennyson, non vuole tornare all’avventura e alla scoperta, ma rivisitare i luoghi già visti e rivivere il passato per recuperare se stesso. Alla nave trova tutti i suoi uomini che lo avevano aspettato ogni mattina di primavera per 10 anni, certi di rivederlo (come in Dante, i compagni non sono morti come in Omero, morti al largo dell’Isola del Sole). Isola Circe: è la stessa geograficamente ma la casa di Circe è sparita, come Circe. Il suo ricordo non era sbiadito, semplicemente non corrispondeva alla realtà. Si era inventato tutto mentendo a Femio e a tutti? Femio aveva trasformato in Epos delle menzogne?
COME OGNI UOMO RICORDA IN MODO MIGLIORE IL PROPRIO PASSATO E INGRANDISCE COSE CHE NON SONO MAI ACCADUTE, fa ULISSE, che rappresenta ognuno di noi. INFATTI, ALLA PRIMA TAPPA FEMIO MUORE: l’epos scompare messo di fronte alla pochezza della realtà. Ulisse è l’uomo qualunque con le sue pene e le sue illusioni – lo stesso avviene nella terra dei ciclopi: uguale geograficamente ai suoi ricordi, ma non ci sono esseri mostruosi. A questo punto Ulisse, pensando che il resto dei suoi ricordi siano veri, vuole solo tornare dalle Sirene e stavolta le vuole ascoltare: gli avevano promesso la verità totale sul mondo e in essa deve essere contenuta la ragione del suo abbaglio sui primi due luoghi.
Inconsciamente sceglie di non visitare altri lidi per non andare incontro ad altre disillusioni, così potrà continuare a sognarli come ha sempre fatto. Arrivato all’isola, le sirene lo fissano mute e non gli rispondono, non c’è tempo, lui le prega ma restano zitte e ormai Ulisse non sa più chi è lui, dal tutto la voglia di conoscere si restringe all’io, chi sono io, tipico del Novecento che sta iniziando. Mentre se lo chiede, la nave si fracassa sugli scogli e Ulisse muore.
Come per incanto, morto Ulisse, il suo mondo fatato rinasce, torna reale e gli sopravvive: il suo cadavere viene trovato sulla spiaggia da Calipso, colui che non seppe chi fosse. Ma ora un ultimo colpo di scena: potrebbe essere stato questo ultimo viaggio, solo un sogno di Ulisse vecchio che dorme in casa? La sua vera vita era quella passata, e solo in sogno lui potrebbe riviverla. Non voleva rimettersi in mare, ma rimettersi a sognare, unico modo.
-
Riassunto esame Antropologia storica del mondo greco, prof. Cavallini, libro consigliato Ai confini dell'anima. I G…
-
Riassunto esame istituzioni di diritto pubblico, prof. Cavallini, libro consigliato Corso di diritto pubblico Barbe…
-
Riassunto esame Psicologia dello Sviluppo, prof. Mininni, libro consigliato La Teoria della Mente nell'Arco di Vita…
-
Riassunto esame Psicologia, prof. Cavallini, libro consigliato Psicologia della personalità e delle differenze indi…