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Estetica, M-FIL/04, Prof. Andrea Gatti

L'estetica è l’indagine filosofica intorno a natura, causa, processi ed effetti del piacere dato dalla contemplazione delle forme.

Platone (427-348 a.C.)

Il bello come idea

Il tema socratico del bello ideale viene ripreso da Platone per essere sviluppato nel senso di una forma intelligibile o idea che rimandava a una dimensione al di là di essi per il carattere di perfezione assoluta che esprime. L’idea non deve essere intesa come un semplice contenuto mentale o concetto, ma come una realtà che risiede in un mondo trascendente, al di là della terra e del cielo. Tale mondo viene definito da Platone con il termine Iperuranio: esso è il mondo delle idee, divino ed eterno, immutabile e incorporeo, che esiste indipendentemente dal mondo mutevole e corporeo in cui viviamo quotidianamente e nel quale non riusciremmo a orientarci se non possedessimo le idee innate. In tal senso Platone contesta che l’idea del bello possa essere il risultato di una selezione, operata su individui concreti, delle loro parti più belle, poi ricomposte in un'unica immagine. Com'è possibile che si possano scegliere le parti più belle delle cose? È necessario pensare che l’idea del bello sia una conoscenza innata, presente in noi fin dalla nascita.

Il Fedro

Secondo il mito platonico, l’anima è immortale e viveva nell’Iperuranio dove aveva potuto contemplare il mondo delle idee, compresa quella del bello. Sciolto da ogni immagine sensibile e corporea che potesse oscurarlo, il bello si offriva allo sguardo dell’anima in tutta la sua purezza. Definita come luce, l’idea del bello, pur essendo distinta dalle altre idee, non è separata da esse, qualificandosi come splendore del Vero e del Bene. Dove c’è Bellezza perfetta non può esserci né male né inganno. A livello intellegibile viene sottolineata la funzione mediatrice del bello, cioè la capacità di introdurci alla conoscenza del vero e del bene che manterrà anche a livello sensibile. La sorte della Bellezza che, in virtù della sua luce e del suo splendore, è l’unica tra tutte le idee ad essere immediatamente accessibile al più acuto dei nostri sensi corporei: la vista.

Éros e la bellezza

La bellezza sensibile è la scintilla che ridesta nell’anima il ricordo del mondo ideale e il desiderio di ritornarvi. Tale desiderio si configura come Érôs (amore) che, inteso come desiderio erotico, mostra il più sensuale materiale della vita umana: l’amore per un bel corpo. Nel desiderare un bel corpo, il bello si rivela come l’altro che ci manca, una mancanza che, anche quando riusciamo a possedere ciò che ci ha attratto, non viene tolta. Érôs viene presentato nel Fedro come ciò che ridona le ali all’anima nel suo cammino verso il mondo ideale.

Cratilio

Nel Cratilio Platone osserva come il termine greco “bello”, derivi dal verbo “chiamare” e “nominare”. Sulla base di questo significato Platone spiega la capacità del bello di risvegliare l’attenzione della nostra anima in virtù delle sue manifestazioni sensibili sia il ruolo decisivo dell’intelletto nel riconoscimento del bello. Noi, nel dire le cose belle, riconosciamo la capacità del nostro intelletto di nominarle e, quindi, di conferire loro senso.

Simposio

Nel Simposio la ricerca erotica del bello viene presentata da Diotima (colei che ha introdotto Érôs a Socrate) come un movimento ascendente che, dall’amore per il singolo corpo bello, passa all’amore per una pluralità di corpi belli: l’amore per l’anima, le istituzioni politico-sociali e le scienze.

Ippia Maggiore

La scena del dialogo è Atene, i personaggi principali sono Socrate e il filosofo Ippia di Elide. Il tema del dialogo è la bellezza e la trattazione si svolge attorno alla domanda principale di Socrate: che cos'è il bello? I tentativi di risposta di Ippia sono via via vanificati da Socrate il quale, alla fine, tende a lasciare in sospeso un'esauriente definizione del "bello", in quanto esso non coincide (in maniera universale e quindi da tutti facilmente accettabile) né con ciò che più conviene, né con ciò che utile o piacevole. Il bello è piuttosto, secondo Socrate, una tendenza interiore del tutto soggettiva che può mutare anche nel corso della vita stessa di ogni uomo. - L'importante non è cosa sia bello, ma “Il bello”. - Se il bello non è utile, per Socrate e Platone la bellezza non sta nel piacere per gli occhi e orecchie. - Quindi: le cose belle sono difficili.

Condanna platonica dell’arte: mimesi e poesia

Valorizzata come strumento di educazione al Bene e al Vero, la poesia viene criticata nel X libro della Repubblica per la sua pretesa di mostrare direttamente la verità attraverso quanto produce. Il poeta viene assimilato al pittore, la cui arte è paragonata alla capacità di uno specchio di riflettere in immagine ogni cosa che noi crediamo essere reale: il sole, il cielo, la terra... Il pittore è dunque un volgare imitatore. Incapace di andare al di là della mera manifestazione sensibile della realtà, ogni imita semplicemente fenomeni, che sono rivolta imitazione delle idee. E così fanno i poeti: cantori delle azioni umane nei più svariati campi, i poeti non sono trasformano la loro parola in uno specchio del mondo, ma pretendono di identificare il loro saper cantare ogni cosa con un sapere universale da poter sostituire qualsiasi altro sapere, compreso quello divino di dar vita alle cose.

La questione, sfiorata nella Repubblica, viene invece affrontata nel Sofista, inserita all’interno di una riflessione delle arti in generale suddivise in:

  • Arti ctetiche: volte ad acquisire qualcosa che già esiste in natura (caccia e pesca);
  • Arti poietiche: finalizzate a produrre cose che non esistono in natura (vestiti, edifici, strumenti);
  • Arti mimetiche/imitative: producono immagini di oggetti già esistenti (pittura e scultura).

Esistono due forme di mimesi:

  • Icastica: volta a realizzare immagini fedeli alle cose imitate. Cerca di restituire la verità della cosa imitata così da indurre lo spettatore ad andare oltre l’apparenza;
  • Fantastica: finalizzata a restituire gli oggetti sotto forma di immagine illusoria. Opera una correzione degli effetti delle cose imitate allo scopo di suscitare un’impressione di realtà.

Una buona mimesi: sacrifica l’impressione di superficie, produce una rappresentazione che riafferma il proprio vincolo imitativo nei confronti dell’ordine dell’essere e, negando di sussistere per sé stessa come pura apparenza, si fa veicolo di tale ordine. Una cattiva mimesi invece: è interessata a creare un effetto naturalistico trasformandosi in un’imitazione così aderente all’aspetto sensibile della realtà, da far credere erroneamente allo spettatore che l’artista abbia prodotto non una semplice immagine della cosa imitata, ma questa cosa stessa.

Aristotele (384-322 a.C.)

Finalità e perfezione estetica

Nell’ambito della riflessione di Aristotele il bello è identificato con quella bellezza formale che diventa riconoscibile in una cosa quando questa raggiunge la sua interna perfezione. Per comprendere questa definizione del bello bisogna aver presente la diversa connotazione di idee o forma. Secondo Aristotele, queste non sono entità immanenti (esistente) alla realtà che costituiscono il fine interno delle cose stesse di cui sono forma. Quindi sostiene che una cosa sarà bella nella misura in cui realizzerà perfettamente tale forma o finalità.

Aristotele indica due proprietà che deve avere un oggetto per essere bello:

  1. Ordine (taxis): Inteso come ordine o giusta proporzione tra le parti e il tutto, il bello non si riferisce alla semplice configurazione esteriore di un oggetto, in quanto tale ordine e proporzione rispondono al fine interno richiesto dalla natura stessa della cosa. Dalla perfetta corrispondenza tra la forma esterna della cosa e la forma interna che lo definisce consegue la connessione di piacere e conoscenza che contraddistingue l'esperienza del bello.
  2. Grandezza adeguata alle nostre facoltà sensibili di percepirla nel suo insieme (meghetos): Un oggetto dotato di ordine, ma privo di una grandezza proporzionale alle nostre capacità percettive non potrà mai essere riconosciuto come bello, in quanto sarà impossibile coglierlo nella sua compiuta e perfetta unità formale.
  • Se è troppo piccolo: riusciremo a coglierlo nel suo insieme ma non ad afferrarne l’ordine, con la conseguenza di avere una percezione confusa della sua unità formale.
  • Se è troppo grande: percepiremo distintamente solo una parte di esso ma non il suo insieme, con il risultato di non riuscire ad afferrare né il suo ordine complessivo né la sua unità.

L’arte come mimesi produttiva

L'arte in generale per Aristotele è mimesi della natura, cioè agisce nello stesso modo in cui opera la natura, ordinatamente in vista di un fine. Entrambe orientate a realizzare una forma racchiusa in una materia, tanto la natura quanto l'arte sono una produzione (póiesis): capacità di far venire ad essere qualche oggetto di quelli che possono essere e non essere. L'artefice, pur essendo esterno ai suoi prodotti, deve comunque obbedire nel proprio operare alle istanze della materia che lavora: solo rispettando i limiti e gli spunti che la materia gli impone, egli sarà in grado di realizzare la propria opera, la cui riuscita è condizionata da un agire non arbitrario né casuale. Escludendo arbitrio e caso, l’arte è disposizione produttiva accompagnata da ragione (téchne), rientrando in tal modo tra le virtù dell’intelletto.

La poetica: il possibile come oggetto della poesia

Testo che si componeva di due parti: tragedia e commedia. Sopravvive solo la parte della tragedia. È quanto emerge nella Poetica, dove Aristotele, definendo la poesia come rappresentazione mimetica delle azioni umane, le attribuisce la capacità di sviluppare le potenzialità dell’agire umano e di riuscire a farci conoscere i nostri comportamenti e le possibili conseguenze che ne possono derivare. Secondo Aristotele ci sono due modi poetici di rappresentare l’agire umano:

  • Narrativo o indiretto: condotto in terza persona;
  • Drammatico o diretto: condotto in prima persona.

Mentre l’epica può alternare narrazioni in terza persona e drammatizzazioni in prima, la tragedia e la commedia sono generi esclusivamente drammatici: le azioni umane sono rappresentate dal punto di vista di chi le compie, cioè in prima persona. L'opera tragica, in quanto mimesi di un’azione, trova il suo aspetto centrale nell’intreccio del racconto: inizio, sviluppo e fine devono essere coordinate e ordinate in tutte le sue parti. Per Aristotele la bellezza è grandezza e ordine. L'intreccio tragico acquista il carattere di opera d'arte nella misura in cui condivide le stesse proprietà del bello.

Aristotele attribuisce due ragioni per cui l’opera poetica ha maggior valore rispetto all'opera storica:

  • L'oggetto proprio della poesia non è il reale ma il possibile;
  • La poesia racconta le vicende andando al di là della cronaca e dei singoli fatti.

L’aver individuato nel possibile l'oggetto proprio della poesia permette ad Aristotele di accordare alla mimesi poetica un giusto equilibrio tra verità e finzione.

Il fine della tragedia: la catarsi delle passioni

Il protagonista della tragedia soccombe non in quanto malvagio ma neanche per essere vittima di un destino assurdo, incurante della sua bontà e giustizia. Attraverso il colpo di scena e il riconoscimento da parte del protagonista di ciò che ha fatto, la tragedia porta a conoscenza il fatto che l'eroe soccombe unicamente per non avere una chiara conoscenza delle conseguenze del proprio agire in relazione a quello degli altri uomini. La sua unica colpa consiste nell’ignoranza. Dalla sua analisi della tragedia, Aristotele, afferma che lo scopo della tragedia è purificare le passioni in senso conoscitivo attraverso il piacere dell’imitazione. L'imitazione artistica, nel momento in cui dà una forma alla cosa che imita, mette in luce quei suoi aspetti latenti che, rimasti in ombra nella realtà, ci permettono di comprenderla e di renderla intangibile.

Plotino (205-270 d.C.)

Autore di cinquantaquattro trattati, ne dedica due al problema del bello: Sul bello e Sul bello intelligibile. Riprendendo la nozione platonica del bello come splendore di un’idea intelligibile, egli ne accentua gli aspetti di carattere metafisico-religioso da trasformare la dimensione estetica in un’esperienza di carattere mistico, destinata a condurre l’anima a farsi una sola cosa con il divino e a sottrarre il bello alla dimensione dell’ordine e della misura.

Bello sensibile e bello intelligibile

Secondo Plotino la bellezza è ciò che esprime la ragione divina del mondo. Scorgere il mondo come bellezza significa cogliere nel sensibile l’idea che lo sostiene, così da ricondurla al principio divino da cui proviene: l’Uno, che è ciò che conferisce la forma e unità a tutto ciò che da lui discende, comunicandosi all’intera realtà. Da esso procede l’intelletto che rappresenta la ragione divina del mondo. Dall'intelletto procede l’Anima che ordina, tramite le idee intelligibili, la materia. Il bello consiste dunque nella visibilità di una forma e, come tale, è il tralucere dell’idea intelligibile nella materia, che in sé stessa non possiede alcuna bellezza, venendo a coincidere con il brutto assoluto. In quanto splendore dell’idea nella materia, il bello è il segno di una forma unificante che, in virtù del suo carattere intelligibile, si caratterizza per la propria natura immateriale, priva di parti, indivisibile e semplice. In quanto risplendere nell’idea nei corpi, la bellezza è ciò che permette all’animo umano di scoprire la radice spirituale e ultrasensibile di sé e di tutte le cose. Toccato e colpito dal bello, l’animo umano si allontana così dal corpo e dalle passioni che esso suscita e, si rivolge dal bello sensibile al bello intelligibile, fino a trasformarsi nella sua massima purezza. Spogliato di qualsiasi esteriorità che possa oscurarlo, l’idea, potrà vedere come in trasparenza la comunicazione di tutte le cose tra loro diventare essa stessa bella. Ma il cammino dell’anima è destinato, in direzione di una bellezza superiore alla stessa bellezza intelligibile: l’Uno.

Definito come una luce che si diffonde ovunque partecipandosi a tutto, l’Uno è il principio di ogni forma e di ogni bellezza; tuttavia, è anche al di là di ogni forma e bellezza, anche di quella intelligibile delle idee. Nella sua trascendenza l’Uno si presenta per come ciò che non ha forma e può essere raggiunto dall’anima solo se essa si trasforma in una sola cosa con lui.

Arte e bellezza

Il bello non è solo una proprietà della natura ma anche dell’arte, che trova in esso la propria specificità e ragion d’essere. Il bello artistico non dipende dalla materia, ma dalla forma che l’artista ha conferito ad essa sulla base di un’idea che risiedeva nella sua mente. L'arte è dunque una mimesi di un’idea presente nella mente dell’artista. Il vero artista partecipa al principio generativo che è alla base della realtà e che trova nell’Uno il suo motore: come Uno, conferisce forma e unità alla materia attraverso l’Intelletto che contiene tutte le forme intelligibili, così l’artista conferisce con forma e unità alla materia attraverso le idee. Tali idee non sono una sua invenzione, bensì il riflesso di quelle stesse forme intelligibili che hanno nell’Uno.

L’arte come via di ascesa all’Uno

In quanto imitazione delle idee intelligibili, l’arte assume per Plotino una dimensione gnoseologica di carattere metafisico: nel conferire una forma unitaria alla materia essa, al pari del bello naturale, spoglia il mondo della sua apparente molteplicità e permette di ricondurlo alla radice trascendente da cui esso dipende. L'arte perciò riesce a esprimere la presenza costante dell’Uno in tutte le manifestazioni del cosmo. Il bello artistico, al pari del bello naturale, viene indicato da Plotino come la via che agevola il ricongiungimento dell’anima all’Uno.

Il conte di Shaftesbury (1671-1713)

Anthony Ashley Cooper, terzo Conte di Shaftesbury, è considerato il primo filosofo esteta d’Inghilterra. Figura importante della vita politica e culturale inglese dell’epoca, scrive quasi tutte le sue opere negli ultimi sei anni della sua breve vita. Le sue riflessioni morali e filosofiche più generali sono documentate dalla giovanile L'inquieta di virtù e merito (1699). Shaftesbury propone riflessioni non sistematiche che rendono difficile stabilire con esattezza i contorni e i contenuti del suo pensiero filosofico. Si ispira alla filosofia di Platone, entro la quale si colloca la teoria della presenza negli esseri umani di un senso morale o riflesso, accanto al quale viene individuato un senso, comune e naturale, del bello e del sublime: un senso estetico. Già nel saggio giovanile sulla virtù i due sensi, morale ed estetico, convergono in una direzione principalmente morale: l’animo umano quando contempla e ascolta altri animi, sente nelle passioni il soffice e il rude, il gradevole e lo sgradevole. Si che negare il senso comune e naturale del bello e del sublime appare puro artificio.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/04 Estetica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher a_21 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia dell'estetica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Ferrara o del prof Gatti Andrea.
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