Quando viaggiare era un'arte di Attilio Brilli
Capitolo 1: Storia artistica e letteraria del Grand Tour
È sotto il regno di Elisabetta che iniziano le prime escursioni nel continente e in particolar modo in Italia. Ciò coinvolgeva giovani aristocratici sospinti dal desiderio di conoscere altri paesi e altre culture, i quali con il viaggio continentale coronavano il proprio corso di studi universitario. Pertanto nel XVI secolo inizia a diffondersi tra gli aristocratici inglesi, francesi e tedeschi questa idea di viaggio spinta dalla curiosità e dal bisogno di evasione.
All'inizio del XVII secolo avviene la pubblicazione della prima grande guida per chi si appresta ad intraprendere il tour continentale per motivi di studio e di diletto, l'Itinerary di Fynes Moryson. In quest'epoca il viaggio e la peregrinazione di città in città viene vista come la nuova esperienza da perseguire; un'esperienza capace di fare dei figli degli aristocratici e delle classi emergenti degli autentici gentiluomini e degli apprendisti diplomatici. Ed è proprio per questa finalità che alla fine del XVII secolo questa istituzione del viaggio prende il nome di Grand Tour.
Il viaggiatore seicentesco è mosso da curiosità e tramite il viaggio intende raggiungere una compiuta esperienza. Il termine curiosità abbraccia un vero e proprio universo sensibile nel quale rientrano la raccolta e catalogazione di opere artistiche e di rarità naturali atte a soddisfare desideri e manie del virtuoso e del collezionista; lo studio di usi e costumi di popoli; l'analisi delle loro forme di governo e delle magistrature; l'esplorazione sistematica di interi ordini culturali.
Con questa concezione il naturalista John Ray percorre il continente tra il 1633 e il 1636 per compilare nei suoi Travels through the Low-Countries, Germany, Italy and France un catalogo delle piante forestiere. Non si deve dimenticare che in alcuni casi i forestieri impegnati nel tour dei paesi europei svolgono, volenti o nolenti, la funzione di informatori sui movimenti di compatrioti o di espatriati. In altri casi la consuetudine allo studio di un territorio o della forma politica di uno stato si traduce in un atto di discreto controllo di eventi di rilievo internazionale.
Per lunga tradizione l'Italia figura come traguardo prediletto del Grand Tour o tappa culminante di esso, tanto è vero che, molto prima di Goethe e della sua Italienische Reise, l'espressione "viaggio in Italia" diventa di uso corrente e in parte concorrenziale con quella di Grand Tour. In senso generale, quindi, con l'espressione Grand Tour si è inteso indicare fra il XVI e il XVII secolo il viaggio continentale, specie in Francia e in Italia, intrapreso da intere generazioni di aristocratici e di borghesi europei, in particolar modo inglesi, al momento di passare dall'età adolescenziale a quella adulta.
Il culmine del Grand Tour nel XVIII secolo
Nel XVIII secolo, epoca in cui il fenomeno raggiunge il culmine e acquista connotati di vera e propria consuetudine didattica, l'età in cui si pensava che i Grand tourists dovessero intraprendere il viaggio oscillava tra i 16 e i 22 anni e dall'impresa ci si attendeva il "coronamento di una buona educazione". Si pensava che tramite questa esperienza il giovane acquisisse quelle doti di intraprendenza, coraggio, attitudine al comando, capacità di rapide decisioni, conoscenza di costumi, maniere, galatei, lingue straniere; doti e conoscenze tutte quante necessarie ai membri di una nuova classe dirigente e ai rampolli di un'aristocrazia impegnata in un'oculata e moderna amministrazione dei propri patrimoni.
Al viaggio comunque si riconoscevano funzioni iniziatiche, così che il giovane ritornato in patria potesse considerarsi ammesso nel mondo degli adulti. Fonti preziose dalle quali traspaiono le finalità recondite del Grand Tour sono le satire nonché la trattatistica in lode e in biasimo di questa istituzione.
Critiche e dibattiti sul Grand Tour
Infatti ci sono dei testi in cui viene esplicitamente dichiarato quanto i giovani che si avventuravano nel Grand Tour fossero troppo giovani per dedicarsi allo studio e alle opportunità che una tale esperienza poteva loro offrire, pertanto questi sarebbero caduti in vizi che li avrebbero distratti dalla vera finalità di questo viaggio.
Nel XVIII secolo si accende inoltre un dibattito nel clima di esaltazione e di eccessiva fiducia sul potere formativo del Grand Tour; queste posizioni derivavano sia dalla diffidenza verso ogni moda culturale, sia dai pregiudizi che gravano sull'Italia, sulla sua fama di paese papista e machiavellico, corrotto nei costumi e nei reggimenti politici, sia dalla riflessione sui risultati effettivi che il fenomeno ha fornito nel corso di alcune generazioni. Nonostante questo dibattito intrapreso dai pedagoghi e dagli uomini di scuola, le città italiane e francesi contavano circa 40mila presenza straniere annuali.
Il declino del Grand Tour e le sue tracce nella letteratura
Il Settecento è il secolo d'oro dei viaggi. I viaggiatori aumentano di anno in anno nel corso del secolo e fanno registrare un forte incremento con la fine della Guerra dei Sette Anni nel 1763, dopo un deciso miglioramento dei rapporti diplomatici fra Inghilterra e corti cattoliche del continente.
L'evento che funge da conclusione del fenomeno, almeno nei tratti e nelle caratteristiche che corrispondono alla mentalità dei viaggiatori animati sovente da spirito puritano e da cultura di impronta augustea, è dato, all'inizio del XIX secolo dall'inizio delle campagne napoleoniche che mettono a soqquadro l'Europa interrompendo per 15 anni la voga dei grandi viaggi. Questi riprenderanno nel 1815 dopo il Congresso di Vienna.
Tanta è l'importanza del Grand Tour, che ha lasciato tracce profonde e vivide testimonianze nella letteratura del secolo e, in particolare, nel genere che più le è consono, ovvero il romanzo. Ed è proprio nella letteratura del viaggio che è possibile scorgere lo spirito cosmopolita di un'era: si tratta di un'era in cui la civiltà vuole conoscere il mondo in cui vive, che crede nell'idea dell'uomo naturale al quale è possibile comunicare con entità etniche e culturali diverse, comprenderle nella propria peculiarità di usi e costumi, superarne le barriere linguistiche.
Il Settecento si apre con due testi paradigmatici: Remarks on Several Parts of Italy di Joseph Addison e Tour Thro' the Whole Island of Great Britain di Daniel Defoe, i quali, a prescindere dai paesi visitati e dalle finalità che li caratterizzano, nella loro integrazione stabiliscono le regole generali di questo genere letterario e, innanzitutto, mirano a distinguere il viaggio veritiero sia dal viaggio picaresco sia dal viaggio immaginario.
Soprattutto in Addison si evidenzia quella che sarà una delle caratteristiche del genere, ossia la descrizione oggettiva della vita politica dei paesi visitati, evitando osservazioni marginali o troppo personali. Con Defoe invece va a delinearsi un nuovo spirito pratico, infatti nei suoi viaggi descriverà dettagliatamente le città e cittadine principali, la loro ubicazione, grandezza, governo e commerci; inoltre tratterà dei costumi, maniere, lingua, suddivisioni, attività ed impieghi della gente; dei prodotti e migliorie dell'agricoltura, del commercio e dell'industria; dei porti e delle fortificazioni costiere, del corso dei fiumi e della navigazione fluviale, degli edifici pubblici e dei palazzi della nobiltà e dell'aristocrazia.
Il libro di viaggi settecentesco si divide spesso in due sezioni: l'una assume la forma diaristica (da notare che i Remarks di Addison sono divisi in rubriche che rinviano ad una scansione spaziale), l'altra la forma del saggio sotto la rubrica ricorrente di "Osservazioni".
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