Prima parte. La macchina delle storie
Il nuovo e il sempre uguale
Quali sono le caratteristiche essenziali di quelli che chiamiamo miti a bassa intensità, dei racconti che sono parte della nostra vita di ogni giorno ma ai quali ci rivolgiamo comunque per dare senso al nostro vissuto?
- Self made men: prima di tutto, non sono radicati in sistemi rituali e condivisi ma sono oggetto di "libera scelta". È qui che scegliamo le storie di vampiri e i racconti fantasy, ma anche quelle vicende amorose su cui forgeremo la nostra stessa vita affettiva, è qui che consumiamo le biografie esemplari, e appunto, "mitizzate", dei divi e dei grandi geni o le notizie che nell'informazione giornalistica ci fanno appassionare a un delitto perché "sembra un giallo" così come in tante storie immaginarie di criminali troviamo il riflesso delle città nelle quali viviamo. E, anche se quelle scelte risultano condivise da milioni di persone, siamo certi che nascono dai nostri gusti e dai nostri desideri.
- Vicini a noi: nel sistema dei miti contemporanei sono radicati certo, come è proprio di tutte le mitologie, grandi temi universali, dell'amore e della morte, del potere e del mistero, ma i racconti che ne parlano non si collocano in un universo altro e distante, quello degli dei e degli eroi, dei santi e dei demoni. I loro protagonisti attraversano le nostre strade e vivono in un tempo che è il nostro o se è un altro è riconoscibile e poco lontano. Si può dire che una legge del sistema dei miti contemporanei è quella di un progressivo avvicinamento delle sue narrazioni a chi le ascolta: a cominciare dalla rinuncia al verso che è stata per millenni proprio di epica e tragedia, e che viene sostituito dalla prosa cioè con una lingua che si vuole equivalente a quella di tutti i giorni. I miti moderni tendono irresistibilmente a mettere al centro l'umanità: dall'antropomorfismo all'antropocentrismo. Con questo processo di ininterrotto avvicinamento alla nostra umanità e alla nostra quotidianità i sistemi mitici moderni si sono progressivamente allontanati da quel "passato assoluto" che secondo Bachtin era caratterizzato dalla narrazione epica, e che costituisce più in generale il tempo altro del mito classico.
- Una cornice sottile: i tempi del consumo mitico moderno sono potenzialmente tutti, la fruizione dei racconti può aver luogo ogni momento, d'altra parte il mito di oggi ci parla del tempo quotidiano ed è raggiungibile all'interno del vivere ordinario, concretamente esperibile senza allontanarci troppo dalle nostre normali attività. La caduta della distanza dall'ordinario non toglie però che esistano, attorno ai miti a bassa intensità che accompagnano la vita contemporanea, dei frame distintivi, ma si tratta di cornici assai più sottili e reversibili rispetto alla cornice classica, solenne e distanziante, del rito. Cornici che possono essere superate in un senso e nell'altro, perché il consumo mitico proprio della bassa intensità è continuamente accessibile ed è possibile allontanarsene con relativa libertà per poi eventualmente rientrare. Per superare queste cornici è richiesta una semplice disposizione mentale, non certo la trasposizione in un mondo altro propria della ritualità classica.
Il riconoscere che comunque di miti si tratta, e insieme che viviamo in un tempo che "non crede più ai miti" fa sì che il lettore/spettatore sia spinto, nei confronti dei miti a bassa intensità, a una sorta di moto oscillatorio: tra il cercarvi quel ponte tra vissuto e cosmo di cui nessuno può fare a meno e il trattarli come oggetto di un consumo abitudinario, in parte casuale, perfino distratto.
Veniamo ora a una caratteristica apparentemente banale dei miti di cui parliamo, la grande varietà della loro offerta e la quantità del loro consumo. Questa caratteristica è indissolubilmente legata a un cambiamento sistemico nei modi di produzione, di circolazione, di conservazione dell'universo delle narrazioni condivise, i cui inizi sono rintracciabili in non casuale corrispondenza con la nascita dei primi apparati di riproduzione tecnica dei messaggi e in particolare della stampa, ma che si è pienamente affermata dopo la metà dell'Ottocento con l'imporsi di quella che una varietà di autori chiama "industria culturale".
Tipica di questa produzione e diffusione di massa delle narrazioni è, secondo la formula di Adorno, la domanda simultanea di "nuovo e sempre uguale". Un concetto che era stato anticipato oltre un secolo prima da A. de Toqueville che nel secondo libro della "Democrazia in America" poneva "il numero crescente dei lettori e il bisogno continuo del nuovo che essi sentono" a fondamento dell'industria letteraria.
Una caratteristica fondamentale dell'industria culturale contemporanea è la varietà e la moltiplicazione dei racconti diffusi giorno dopo giorno, ma sotto la varietà delle narrazioni, che anima il susseguirsi degli atti di consumo, permane una varietà molto inferiore di schemi di base che, in quanto tali, ci sono noti. "Non si può vedere all'infinito lo stesso film, ma solo la stessa forma" scriveva Warshow precisando anche "variare è strettamente necessario per evitare che la tipologia diventi sterile". Questa osservazione ci fa capire quanto nel sistema dei miti a bassa intensità degli ultimi due-tre secoli sia stata decisiva quell'entità complessa che è il genere.
Il genere è insieme una macchina per produrre una varietà di narrazioni, e un paradigma narrativo.
- Dal punto di vista della macchina produttiva, possiamo definire il genere come un set di regole; è sulla base di queste regole che vengono costruiti racconti sempre nuovi e sempre riconducibili a uno schema non solo unitario ma riconoscibile. Sono queste regole che indirizzano la produzione dei racconti, e d'altra parte queste stesse regole devono essere conosciute, condivise e in qualche misura interiorizzate dal pubblico: è nel loro rispetto e insieme nella novità e nelle leggere deviazioni della norma che lettori/ascoltatori/spettatori trovano parte del proprio piacere, della propria gratificazione emotiva. Il genere in sostanza è uno sfondo (fatto di ambienti, figure con e senza nomi, luoghi drammatici e narrativi) che diamo per scontato man mano che su di esso si distendono le singole storie, e del quale interiorizziamo di fatto le regole che ci attendiamo siano applicate dai diversi autori.
- Dal punto di vista del paradigma narrativo, il genere può essere definito da un lato come un racconto, spesso non risalente ad alcun autore individuale, soggiacente alle tante singole narrazioni firmate che da esso si sviluppano, dall'altro come un'iper-storia che collega tra loro le diverse narrazioni nella mente del lettore/ascoltatore/spettatore, e lo predispone verso ulteriori sviluppi possibili.
Il genere consente al consumo di racconti sempre diversi di preservare il contatto con alcuni grandi temi di base, e questo è stato per secoli uno dei pilastri dei miti a bassa intensità.
Implicazioni qualitative dello sviluppo quantitativo
Le narrazioni diffuse dall'industria culturale sono a bassa intensità anche in quanto prive dell'autorità che veniva attribuita ai miti tradizionali. Vale la pena di ricordare prima di tutto che, come osservò già alcune decenni fa Williams, nel corso del Novecento ogni generazione si è trovata a consumare una quantità di spettacoli moltiplicata rispetto alla precedente (e quindi di storie) perché il teatro prima e poi il cinema e la televisione hanno progressivamente assunto il ruolo di macchine dominanti nella circolazione mitica, una circolazione a cui possiamo prestare spesso un ascolto semi-consapevole ma non per questo meno coinvolgente.
La de-intensificazione dei miti con la de-ritualizzazione della loro presenza è in stretta connessione non solo con l'avvento dell'industria culturale ma anche con una novità che pure ha accompagnato la storia contemporanea, in particolare dalla fine dell'Ottocento: la trasformazione del tempo festivo in tempo libero. Nella tradizione classica e poi, in quella giudaico-cristiana il tempo della festa è un tempo pieno in quanto carico della presenza divina e dei racconti mitici in forma di narrazione ritualizzata o di simboli. Nel tempo libero delle società contemporanee, invece, la presenza divina, se ancora persiste, è evocata da una scelta personale e tendenzialmente privata del credente.
Il tempo libero è il tempo del loisir in generale ed è il tempo del progressivo moltiplicarsi dello spettacolo, anche sportivo, e della fiction, che assumono essi stessi le caratteristiche proprie del consumo: è così divenuto soprattutto nel Novecento l'habitat privilegiato dei miti a bassa intensità.
Ripetizione, quotidianità, collocazione in un tempo vuoto anziché in quello pieno della festa e del rito, ascolto spesso distratto: i miti moderni si radicano in quella sfera così essenziale ma insieme così data per scontata e quindi poco problematizzata della vita personale e sociale che sono le abitudini; il loro ambiente di vita non è il rito, o almeno non il rito nel senso più pieno del termine, ma i luoghi e i tempi del vivere ordinario. Tra le caratteristiche del mito contemporaneo c'è la capacità di caricare proprio quel mondo quotidiano, di cui possiamo noi stessi essere protagonisti, di connotazioni fantastiche fatte di passioni eccezionali e di narrazioni straordinarie, la ricorrente tendenza a dotarlo come notava Morin di un "supplemento d'anima".
In realtà, la differenza tra livelli d'intensità di cui parliamo non è leggibile in termini di categorie assolute (come incanto contro disincanto, secolare contro sacralizzato, moderno contro pre-moderno) ma indica per alcuni versi una riduzione (dell'impegno personale, dei vincoli a cui il soggetto è sottoposto), per altri una trasformazione: il passaggio a cornici meno rigide e più flessibili, l'avvicinamento progressivo del mito al vivere.
Così i miti a bassa intensità segnalano non la fine del mitico ma una sua diversa coniugazione, che però ne conserva quella componente essenziale che è la capacità di connettere il vissuto e il cosmo, l'esperienza concreta con aspetti del mondo e del vivere per definizione misteriosi come la morte, la distruttività umana e naturale, l'universo extra-terrestre. Va notato che i miti a bassa intensità non esistono in isolamento; nei confronti di forme mitiche di intensità più elevata si distinguono, ma manifestano una ricorrente attrazione in termini di credenze, di ritualità, di valori.
Quest'attrazione si manifesta in una pluralità di forme:
- La persistenza o più spesso il riapparire anche nelle forme mitiche contemporanee di temi e idoli che sembrano provenire da modelli arcaici, come accade ad esempio con la figura del vampiro, che letteralmente invade la città contemporanea non solo con la sua carica di malvagità metafisica ma anche con la sua alterità radicale di luogo e di tempo, o con il recente culto del fantasy e con questo di figure eroiche pre-moderne.
- Il bisogno ricorrente della riscoperta o della fabbricazione di miti che siano di nuovo solenni fin al sacrificio e all'auto-sacrificio, che però restano parte della cultura contemporanea tanto quanto le storie che si consumano al cinema o nei fumetti.
- L'emergere del kitsch dell'intensità, che attribuisce una valenza estetica alle rievocazioni in quest'epoca di forme di valori propri delle mitologie arcaiche, salvo poi ritrovarsi impossibile da dissociare dagli aspetti più banali della cultura di massa.
Mentre i miti classici contribuivano a tenere le persone legate alla regolarità dei tempi liturgici e a una geografia dei luoghi sacri, i miti a bassa intensità non solo valorizzano la libertà delle scelte, ma contribuiscono anche al diffondersi della convinzione che spetti a ogni individuo la scelta dei propri luoghi del vivere e la costruzione della propria autobiografia; i miti a bassa intensità appartengono all'epoca in cui ciascuno viene reso responsabile del proprio destino. Non è un caso che il primo vero best seller della storia editoriale moderna parli dell'opposto di un possibile eroe classico: femmina, serva, appena adolescente la Pamela di Richardson costruiva il suo destino attraverso l'amore e lanciava un segnale di novità che non rimase inascoltato in larga parte d'Europa.
Sta di fatto che l'avvento della bassa intensità non ha portato con sé la cancellazione totale del mondo incantato dei miti pre-esistenti; si è piuttosto intrecciata a un gioco di sopravvivenze, nostalgie, e anche di reciproche attrazioni.
I miti a bassa intensità sono mossi almeno tanto da una pulsione verso forme di incantamento quanto dalla caduta della religio nel senso pieno e condiviso del termine: si può anzi dire che gran parte delle mitologie del nostro tempo sono animate come dalla tensione elettrica tra questi due poli, e non possono perdere nessuno dei due senza che cada la potenza appunto mitica dei racconti. Cambiano le forme, gli oggetti, le vie, ma sempre di miti stiamo parlando.
In Barthes troviamo una riflessione tuttora aperta sull'idea stessa di mito, che da un lato ne sottolinea il legame originario con l'atto linguistico, dall'altro ne fa emergere le contraddizioni ineliminabili e intrinseche, sia pure a partire da un pregiudizio negativo che conferma quell'equazione mito = menzogna radicata nel parlare comune, e che rende la parte teorica del lavoro di Barthes assai più invecchiata paradossalmente delle sue riflessioni su manifestazioni oggi dimenticate della cultura degli anni Cinquanta. In Morin comprendiamo la potenza mito-poietica dei media, in particolare del cinema come macchina dell'immaginario, e le relazioni sistemiche che legano tra loro i grandi temi della cultura di massa quali si stavano configurando negli anni Cinquanta-Sessanta, inclusa un'attenzione rara all'interazione tra fiction e informazione giornalistica nella costruzione dei modelli narrativi comuni. In Warshow leggiamo la bruciante e paradossale capacità che ha un universo mitico totalmente nuovo di dare vita a meccanismi epici e tragici diversi ma non meno emotivamente coinvolgenti ed esteticamente densi di quelli classici, e di indirizzarsi a un'umanità che ha il privilegio di scegliere autonomamente le proprie appartenenze culturali tra le frastornate molteplicità di stimoli che ci si presentano.
Da allora a oggi il mondo non ha smesso di cambiare, e i miti con lui: proprio perché uno dei maggiori paradossi della miticità è proprio che all'apparente immutabilità delle sue formule corrisponde un movimento ininterrotto del narrare. Il tutto nel quadro di un cambiamento ancora più ampio: il declino dei modelli universalistici in favore di un sistema di differenze e di intrecci, che fa del nuovo universo mitico sempre di più un puzzle di tradizioni di diversa provenienza e di diversa durata, nel quale si incontrano e scontrano diversi livelli d'intensità oltre che diversi sistemi mitici.
La galassia della bassa intensità
La galassia della bassa intensità è parte di una varietà di galassie che concorrono a costituire l'universo complessivo delle storie che l'umanità si racconta e che strutturano le sue rappresentazioni dell'universo, con la specificità che le galassie che coesistono in uno stesso periodo storico si condizionano e esercitano un'interrotta attrazione reciproca.
Si possono individuare diverse grandi "regioni" narrative:
- Il sistema dei generi: la forza del sistema dei generi sta nel fatto di costruire un quadro di corrispondenze narrative per una varietà di aspetti del vivere, e in particolare della vita contemporanea, spesso difficili da codificare sulla base di valori certi: come la difficoltà di dare un senso al morire e di ritualizzare il commiato dei defunti che trova espressione nelle storie di non morti, o il bisogno di umanizzare il conflitto nell'epoca della distruttività tecnologica leggibile nei film di guerra collettiva, o ancora la rapidità del mutamento tecnologico che trova nella fantascienza un'espressione fantastica e a volte utopica/distopica, o la precarietà dell'impero della legge in un mondo socialmente instabile e privo di valori generalmente condivisi, di cui le storie imperniate sul mito del criminale evidenziano la potenzialità insieme di spavento e di fascino.
- Storie che diventano miti: esiste poi, sempre nell'universo delle narrazioni fantastiche, un certo numero di storie che acquisiscono quello che possiamo chiamare un alone mitico a partire da un singolo testo o da un gruppo di testi. Sono storie nate da un singolo autore ma che diventano collettive, non solo in quanto altri autori e altre forme narrative continuano ad appropriarsene, ma anche in quanto diventano come si dice "proverbiali", ovvero entrano nella conversazione e vengono continuamente ri-narrate da un medium all'altro.
Ci sono casi nei quali il testo originario resta ben noto come fondativo nonostante le molte vite successive, come succede con il dottor Jekyll di Stevenson o con Robinson Crusoe che resta sempre legato a Defoe. Ci sono invece anche dei casi nei quali il personaggio protagonista del mito assume una tale esemplarità da fare dimenticare a moltissimi la sua origine e il suo primo autore, come è accaduto al mito di Don Giovanni o alla figura di Peter Pan o ancora al fantasma dell'opera.
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