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War for art's sake: F.T. Marinetti e il futurismo in guerra per l'arte

«Non fa dell'arte, se non chi fa della guerra» - F.T. Marinetti

Introduzione

Il tema principale su cui si incentra questa relazione è la concezione di guerra, intesa in un senso più ampio del termine usuale, quindi non solo per quanto concerne la battaglia sul campo, ma come portatrice di idee e sentimenti influenti sul piano culturale, politico e sociale. L’analisi del pensiero bellicista si incentra in un determinato periodo storico, quello della Prima guerra mondiale, sia negli anni immediatamente precedenti allo scoppio del conflitto, sia nella fase dello scontro fra le potenze mondiali.

La relazione nella prima parte prende in esame una determinata corrente culturale per esaminare le teorie militaristiche che prendono corpo nel primo decennio del Novecento, tale movimento prende il nome di Futurismo, primo movimento a sintetizzare e rendere comunicabile il pensiero bellicista alla massa sociale, non solo come interventismo combattivo, ma in quanto a concetto portatore di valori etici e culturali autentici.

Questa presa di posizione positiva e radicale della nozione di guerra la si attribuisce al fondatore del Futurismo, Filippo Tommaso Marinetti, preso in analisi nella seconda parte della trattazione, dove viene esaminato il suo rapporto ideologico e personale con il concetto di guerra. Infine nella parte finale si approfondisce il tema dei combattimenti al fronte e delle condizioni in trincea, tramite le testimonianze ed esperienze individuali tratte dal diario di guerra del poeta F.T. Marinetti.

Futurismo: cultura, politica e sociale

Pensiero politico culturale e sociale del movimento futurista riguardante la concezione di Guerra. Il Futurismo fu il primo movimento artistico del Novecento che proponeva una rivoluzione non solo artistica ma anche sociale, ponendosi come obiettivo la creazione di un uomo nuovo, moderno, identificando nelle possenti forze sprigionate dal potere creativo della modernità, la chiave di volta per dare origine a una creatura animata da istinti di conquista e di dominio, disposta a vivere nuove esperienze, a sperimentare nuove forme di cultura, di arte e di poesia, a dominare la natura trasformandola incessantemente, e trasformando con essa l’essere umano.

L’uomo futurista doveva essere in continua lotta con se stesso e con i propri simili per non rimanere imprigionato nel tempo e nello spazio di un presente assoggettato al passato, e distruggere ogni convenzione consacrata dall’autorità della tradizione, perennemente proteso al superamento di se stesso, alla continua ricerca della novità del futuro.

Fece così irruzione, nell’epoca della modernità, che si svolgeva all’insegna della ragione e della rispettabilità, un movimento artistico che praticava l’azione della ribellione contro il moralismo convenzionale dell’Europa liberale inneggiando alla guerra e alla rivoluzione.

Essi si ribellavano contro tutto ciò che nella civiltà moderna appariva infettato dall’insidia paralizzante della tradizione, consistente nel reprimere la vitalità primordiale dell’uomo nuovo entro le convenzioni di una modernità estetica, morale, sociale e politica, addomesticata dal predominio di una razionalità pacifica, misurata, temperata, conciliante e tollerante, ispiratrice di una politica che predicava una democratica e umanitaria uguaglianza fra uomini e donne, fra nazioni e razze.

L’aggressività di una nuova vitalità primordiale era l’aspetto della modernità che i futuristi esaltavano con maggior passione, trasferendola dalla poesia alla vita. I futuristi cantavano «l’amore del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerarietà», proclamavano che «il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia».

Dall’esaltazione dell’aggressività nella perpetua ricerca del nuovo, il futurismo procedeva con dogmatica perentorietà alla glorificazione della guerra come «sua sola igiene del mondo», esaltando il militarismo, il patriottismo, «il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore».

Dall’esaltazione della violenza nasceva la simpatia dei futuristi per i rivoluzionari e i libertari, pur disprezzando gli ideali dell’anarchismo e del socialismo come miti umanitari. Dall’esaltazione della violenza, ancora, nascevano il disprezzo dei futuristi per la democrazia parlamentare e l’incitamento a una politica estera aggressiva, militarista e imperialista, in nome di una nuova grandezza italiana, tutta proiettata verso il futuro, senza retoriche evocazioni di grandezze passate. Dall’esaltazione della violenza, infine, nasceva la decisione dei futuristi, dopo la guerra di Libia, di concentrare la loro azione pratica nella campagna irredentistica contro l’Austria, che sfociò nell’interventismo futurista fin dall’inizio della Grande Guerra.

Cominciò con la Grande Guerra la stagione del futurismo politico, l’unico, fra i movimenti di avanguardia del Novecento, a dar vita ad un partito politico che nutriva l’ambizione di essere l’artefice di una rivoluzione italiana per creare, in una nuova Italia futurista, il laboratorio dove attuare una rivoluzione antropologica mirante alla creazione dell’italiano nuovo.

1.1 Nazionalismo (Italianismo) modernista

La politica futurista è una manifestazione del “nazionalismo modernista”, un atteggiamento mentale sorto in Italia all'inizio del Novecento, come risposta al problema della modernità da parte della cultura politica italiana che si richiamava all'ideologia nazionale. Questo nazionalismo non aveva gli occhi rivolti al passato per rifiutare il presente, ma guardava al futuro; aveva una propria immagine-mito della “vita moderna” e considerava l'industrializzazione un processo inevitabile per consolidare la nazione e accrescere la sua potenza. L'italianismo, la convinzione che l'Italia doveva avere un ruolo di grande protagonista nella vita moderna, era il presupposto del nazionalismo modernista e il principale elemento di connessione ideale fra il futurismo e gli altri movimenti del radicalismo nazionale, anche se contrastanti con le sue idee artistiche e il suo disprezzo della tradizione.

Il nazionalismo modernista fu caratterizzato dall'entusiasmo per la modernità e da un senso tragico dell'esistenza. Questi due aspetti erano conciliati nella visione della modernità percepita come un'esplosione di energie umane e materiali, che non aveva precedenti nella storia dell'uomo e inaugurava una nuova epoca di espansione della vita attraverso la lotta.

Il futurismo portò al nazionalismo modernista nuove idee e simboli della modernità, ma soprattutto recò una volontà di lotta contro la tradizione e il mito di una rapida e violenta rivoluzione culturale e morale che, muovendo dal campo dell'arte, avrebbe dovuto trasformare ogni aspetto della vita italiana, e per dar vita alla nuova “Italia Futurista”. Per i futuristi, la modernità era una civiltà integrale, una forma di vita totale che non poteva essere limitata ad un aspetto dell'esistenza, ma doveva coinvolgere e permeare la cultura e il costume, il paesaggio e le istituzioni, i valori e i comportamenti. E poiché, secondo i futuristi, lo spirito della modernità in Italia si era manifestato interamente nel futurismo, spettava ad essi ispirare, promuovere e realizzare la rivoluzione modernista italiana.

Il futurismo stabilì una connessione fra modernismo e italianismo, come fondamento e scopo della sua attività. All'origine di questa connessione vi era un misto di complesso di inferiorità e presunzione di grandezza, prodotto dal confronto con altre nazioni più progredite e moderne che già dominavano la scena mondiale. I futuristi non avevano dubbi: l'Italia si trovava sulla soglia di un nuovo periodo della sua storia, in cui avrebbe potuto conquistare grandezza e potenza; il futurismo stesso, nel campo dell'arte, era l'anticipazione di un nuovo primato italiano.

L'italianismo, infine, fu decisivo nel dare impulso all'interventismo politico futurista, nel definire il suo orientamento e i suoi obiettivi, delimitando il campo delle sue scelte nella lotta sia contro la cultura borghese e il sistema liberale sia contro i partiti della sinistra umanitaria e internazionalista. L'essenza dell'atteggiamento politico futurista fu definita da Marinetti nel 1913, dopo la conquista della Libia: «La parola Italia deve dominare sulla parola libertà. La parola libertà che aveva il suo valore assoluto di violenza e di rigenerazione nella bocca di Garibaldi e di Mazzini è diventata una parola imbecille e sciupata nella bocca di un Turati o di un Bissolati antilibici. Mentre invece la parola Italia ha oggi il suo massimo fulgore e il suo massimo valore dinamico e combattivo!»

Da questo si può intendere come i futuristi siano molto vicini al movimento nazionalista, rappresentato da Enrico Corradini e dall'Associazione Nazionalista Italiana, ma se era comune il nazionalismo modernista e la volontà di attuare una “intensificazione dell'italianità”, erano differenti e contrastanti gli atteggiamenti verso la tradizione e l'italianità. Per Corradini, era la tradizione storica che fondava il senso di italianità; la tradizione era il cemento di coesione ideale per assicurare la compattezza della nazione di fronte alle sfide della modernità. La fusione di italianità e modernità doveva avvenire nel culto della storia e nel mito della romanità. Il futurismo si rifiutò di fondare il suo senso di italianità nella tradizione storica e di legittimare il suo nazionalismo con il richiamo ad una grandezza passata, sia pure concepita come idea-forza per una grandezza futura. Modernità e tradizione storica erano incompatibili perché la modernità aveva rotto la catena genetica del passato; il mondo moderno era figlio di se stesso e il futuro era la bandiera etico-politico-sociale dell'italiano moderno. Il movimento nazionalista di Corradini concepiva la nazione soprattutto attraverso la storia ed era perciò politicamente autoritario, conservatore e clericale, mentre il futurismo propagandava un nazionalismo libertario.

La rivoluzione modernista del futurismo voleva essere culturale e morale, per trasformare i valori, gli ideali e il costume degli italiani, per creare l'italiano nuovo della modernità. Secondo il modello ideale di Marinetti, l'italiano moderno doveva avere l'odio del vecchio e del conosciuto, l'amore del nuovo e dell'imprevisto, l'orrore del quieto vivere, l'amore per il pericolo e l'attitudine all'eroismo quotidiano, che doveva essere insegnato nelle scuole, praticato nella vita civile e cimentato nelle grandi sfide della guerra o della rivoluzione. Guerra e rivoluzione erano assunte come esperienze pedagogiche per la formazione di una nuova etica del coraggio.

Così Giovanni Papini sintetizzava così l'etica bellicosa del futurismo: «Guerra interna e Guerra esterna- Rivoluzione e Conquista: ecco la nostra storia […]. Noi dobbiamo combattere fra noi e contro gli altri se vogliamo che la civiltà vada innanzi. Conquista di terre e di ricchezza- conquista di verità e di libertà: vittime, vittime, vittime. Vittime assolutamente necessarie. Il sangue è il vino dei popoli forti; il sangue è l'olio di cui hanno bisogno le ruote di questa macchina che vola dal passato al futuro […]. Tutta la vita del nostro tempo è un' organizzazione di massacri necessari […]. La civiltà industriale, come quella guerriera, si nutre di carogne.»

1.2 Ideologia del bellicismo futurista

L'esaltazione della guerra fu un ingrediente essenziale dell'entusiasmo dei futuristi per la modernità: e la guerra, per i futuristi, non era una metafora retorica ma il combattimento armato fra i popoli. Il futurismo separò nettamente il senso della modernità del razionalismo e dallo storicismo; accettò l'idea del progresso ma non lo considerò come uno sviluppo evolutivo verso una umanità affratellata nella ragione e nella pace. Secondo Marinetti, invocare la pace dei popoli «non significa essere avveniristi, ma semplicemente castrare le razze e fare una coltura intensiva della viltà […]. La meta lontana dell'anarchia, e cioè una dolce affettuosità, sorella della viltà, ci appare come un'immonda cancrena che prepari l'agonia dei popoli». “Una doccia sanguinaria decennale” era invece necessaria per abituare i popoli a vivere nella modernità, che introduceva nella loro esistenza una brutalità nuova, intensificando i nazionalismi e i desideri di potenza.

Modernità, italianismo, mito della potenza definirono l'atteggiamento futurista verso la politica. La rivoluzione futurista tendeva per sua natura ad investire anche la politica. Nonostante il rifiuto della storia, i futuristi condivisero con il radicalismo nazionale il mito storico del Risorgimento come “rivoluzione italiana” incompiuta e si proposero di riprenderla e portarla al compimento, con una rivoluzione intellettuale e morale, per dare agli italiani una coscienza modernista. La guerra di Libia, la “settimana rossa” e infine lo scoppio della guerra europea furono interpretati dai futuristi come verifiche delle loro intuizioni e conferme della loro fede nella prossima trasformazione dell'Italia. Essi si convinsero che si stavano finalmente preparando le condizioni per estendere l'azione del futurismo alla politica.

Il Futurismo nella sua impostazione fondamentale si pone chiaramente nella tradizione di “ateismo prometeico” della mistica del superuomo, e in questa prospettiva si colloca il rapporto dell'ideologia futurista con il pensiero di Nietzsche. Quest' empito prometeico è il quadro della globalità dell'intervento innovativo futurista, della volontà di rinnovare tutta la vita. La macchina ne è lo strumento: permetterà la realizzazione della “wonderland-futurista”, che non soltanto si realizzerà mediante un azione violenta di rinnovamento, ma imporrà non una pace finale, bensì un'ulteriore continua esaltazione della violenza innovativa. E la guerra si giustifica dunque in questa prospettiva: è non soltanto ineliminabile, bensì corrisponde ad un profondo ritmo del vitalismo umano.

La teorizzazione della violenza trovava il suo precedente diretto nel pensiero di Georges Sorel; da Sorel derivarono l'antidemocratismo e l'antiparlamentarismo, l'odio per i politicanti (avvocati e professori) e per i socialisti ufficiali; l'avversione per la “grande macchina” dello Stato; ed quel che più conta, la “violenza” presentata in entrambi con una connotazione eminentemente ideologica e morale, e che non va confusa con la brutalità o con la forza borghese. L' eroismo futurista, va posto nell'ambito di quella morale del sublime che doveva animare per Sorel la vita politica, cioè la lotta del proletariato contro la borghesia.

L'ideologia dell'arte rivoluzionaria di Wagner offre un altro elemento alla formazione della teorizzazione futurista, come lo stesso individualismo dell “unico” di Stirner, mentre un altro elemento importante è certamente l'influenza dell' “elan vital” bergsoniano.

Nel 1914, dopo lo scoppio del conflitto, i futuristi furono fra i primissimi interventisti e forse furono i primi ad organizzare manifestazioni di piazza per chiedere l'intervento in guerra contro l'Austria e la Germania, pilastri della cultura tradizionalista, dell'autoritarismo e del militarismo. I futuristi consideravano la Francia la loro seconda patria intellettuale, e ritenevano che l'Italia non poteva restare estranea a questa lotta della civiltà latina contro la barbarie teutonica. Nell'interventismo futurista si ritrovano mescolati confusamente i motivi dell'interventismo rivoluzionario e di quello democratico. Propositi di espansionismo coloniale e mito della potenza italiana si univano ad una nazionalismo libertario che insisteva sulla lotta contro la “barbarie” tedesca in nome della civiltà latina. Ma, al di là dei motivi specifici, i futuristi salutarono la guerra come la piena realizzazione del loro ideale di vita moderna, eroica, aggressiva.

La guerra inaugurava un'epoca futurista, annunciò Marinetti: «1° questa guerra avvilupperà a poco a poco il mondo intero; 2° il mondo rimarrà in guerra (anche se vi saranno pause, armistizi, trattati, congressi diplomatici) cioè in uno stato aggressivo, dinamico, futurista, per 10 anni almeno. Bisogna dunque che il futurismo non solo collabori direttamente allo splendore di questa conflagrazione (parecchi di noi sono decisi a giocarvi la pelle energicamente) ma anche diventi l'espressione plastica di quest'ora futurista».

Oltre alle esperienze personali, fu facile per i futuristi interpretare la guerra secondo le categorie del loro modernismo. Essi operarono la trasfigurazione mitica dell'esperienza bellica, e diedero forma alla mitologia del combattentismo. Dal 1916-1918, il periodico “L'Italia Futurista”, fu il vero crogiolo dove, mescolando nazionalismo modernista, miti di guerra e aspirazioni di palingenesi sociale, furono elaborate le idee del futurismo politico del dopoguerra. La guerra, facendo irrompere violentemente la modernità nella vita degli italiani, divenne, per i futuristi interventisti, il grande evento creatore di una nuova epoca. La guerra era festa rituale di rigenerazione collettiva che purificava delle incrostazioni del vecchio umano e preparava la nascita dell'uomo nuovo.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

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